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Senza Dio

Non ho angeli custodi
se non la mia coscienza.

Non ho alcun dio
se non il mio Spirito

Non ho né santi né beati
solo l’anima corrotta dalla purezza
la stessa che rifulge e sgorga prorompente dalla mia umanità.

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Il Vento nella Valle

Il vento si placa e il pianoforte suona.

Non si odono più i canti dei sognatori.

Non si odono più le preghiere dei profeti.

 

Il vento si placa e foglie si posano adagio.

Non si muovono e tremano rantolando al crepuscolo.

Non si muovono e si crogiolano alla luce del primo sole.

 

Geme il vento nella valle.

Le parole antiche celano futili verità.

Le parole del libro proferiscono menzogne.

 

Geme il vento nella valle.

L’erba non cresce e la terra non canta più.

L’erba non cresce e le montagne piangono.

 

Il portatore di luce trattiene la propria virtù

e lascia che i figli meritevoli soccombano

mentre la presa del boia s’allenta poco a poco.

 

Il portatore di luce ha orecchie solo per il carnefice

che dalla foresta nera tende la mano

puntando al cielo e alle ali del dio.

 

Il vento si leva nella valle.

L’erba ricresce e le anime assieme ad essa.

L’erba ricresce e nella terra canta.

 

Il vento si leva nella valle

La cenere cessa di cadere.

La cenere è oramai un mero ricordo.

“U Brasceri”

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Avevo dai cinque a sei anni credo, ora non ricordo con precisione ma ricordo distintamente cosa provavo, cosa sentivo. Ricordo gli odori, la luce che proveniva dalla cucina, e nella sala da pranzo l’unica illuminazione veniva proprio da qui, “u Brasceri”. Tradotto letteralmente, “il bracere”. In Calabria, come in molte altre regioni d’Italia, è una tradizione comune, e rispetto al mondo non è di certo unica.

Ricordo che mio padre costruì una sorta di tavolinetto in legno con un ripiano reticolato, che poggiava sopra le braci per impedire che io e miei fratelli cadessimo sul fuoco. Sono quasi sicuro che lo costruì soprattutto per me. Ho dei bellissimi ricordi che mi legano a quest’oggetto. Niente di preciso o nitido, come dicevo prima avevo dai cinque a sei anni, quindi non ricordo esattamente il giorno o la situazione ma ricordo distintamente il significato.

Non si tratta di un semplice oggetto: era molto di più. Era un concetto, era un’idea che voleva significare “famiglia”. Era un momento, un preciso momento che rallentava il tempo stesso e gli dava connotati che trascendono la materia e giungono dritti ad una dimensione fatta solo ed unicamente di sentimenti. La cosa triste e malinconica, è che me ne rendo conto solo ora. Ricordo bene cose come gli odori, in particolar modo il profumo del carbone che voleva significare “inverno” e tepore del focolare domestico.

Era il periodo in cui tutta la famiglia era sotto lo stesso tetto e che l’idillio di cui si sente parlare nelle liriche dei poeti e che conosciamo come convenzione sociale o come sogno di astratte definizioni, era in realtà una cosa tangibile ed era tutta mia. La si poteva vedere nel flebile bagliore delle braci, odorare il profumo intenso della legna che brucia, udire lo scoppiettio delle braci, sentire il tepore sul palmo delle mani rivolte ad esse in cerca di tepore e gustare la semplicità disarmante di una fetta di pane tostato.

E’ nei ricordi che risiede la vera ricchezza dell’uomo. Sta tutta qui. Per lo meno così la penso io. Poter tornare in un posto da chiamare casa e sentire il calore di persone da chiamare famiglia. Poter tornare in un posto che non è semplicemente fatto di mura, finestre e porte, mobili e oggetti. Essere consapevole che ciò che la tiene in piedi sono i ricordi e che ogni singolo angolo ci parla e non smette mai di raccontare. Non ho importanza che qualcuno stia ad ascoltare o meno.

Ecco, “U Brasceri” voleva significare tutto questo e tanto altro. Una verità profonda ma tangibile per chi ha la forza. la voglia e anche la pazienza di prestare attenzione. Naturalmente questo è e rimane solo il mio punto di vista, un signor Nessuno che vive nel passato, momenti speciali un tesoro che niente e nessuno potrà portarmi via.

All’amico lontano

Un tono gentile è quanto ricordo e quanto mi viene da dire quando penso alle nostre conversazioni. Mai un trasalimento di collera ma sempre un tono gentile e comprensivo, come quello di un padre che insegna e rimprovera placidamente il figlio, con il preciso intento d’insegnare.

Quanto vi è fuori forse non rispecchia ciò che vi è dentro, perché alle vote basta poco per perdere la via e ci si rende conto che è troppo tardi, solo quando tutto è finito. Come trovarsi nel bel mezzo di una tempesta, intenti a combatterla e a resistergli per navigare dentro di essa, ci si dimentica quando è iniziata e ce la ricordiamo solo dopo, una volta che è tutto finito, proprio perché i danni e la devastazione che si lascia alle spalle sono l’unica cosa che ci rimane. Ma si può sempre ricominciare, forti di una tempra più resistente e di nuovi punti di vista.

Ti scrivo perché non ho dimenticato la tempesta e non dimenticherò mai il tempo in cui navigammo assieme: compagni d’arme e fratelli, di sicuro non nel sangue, ma di certo nella mente e nello spirito. Dovunque tu sia, ti prometto che non dimenticherò mai chi siamo stati e sarò sempre dedito a ciò che potremmo ancora essere. Non abbiamo scelto questo destino ma ne siamo coinvolti a nostro discapito, ed ho la netta sensazione che, alle volte, voglia opporsi di proposito. Forse non fa altro che bacchettarci per rammentare ad ognuno di noi di non abbassare mai la guardia. Voglio pensare che sia così perché credere il contrario vorrebbe dire vivere in un oblio di rassegnazione che famelico e crudele divora ogni cosa.

Ti scrivo per farmi forza e darti forza. Forse credi di non averne bisogno e probabilmente hai ragione. In tal caso ti chiedo di portare pazienza e lasciare questo povero illuso di adagiarsi un altro poco nella sua idiozia. Forse memore di quei falò e della spensieratezza nostalgica dell’età, forse perché non posso fare a meno di alimentare quella speranza che un giorno, sicuramente lontano, io e te, torneremo ad essere fraterni e dediti l’uno all’altro come si conviene a due fratelli d’arme.

La verità è una sola: mi manca il mio amico. Saperti rapito e prigioniero consapevole, mi fa piangere il cuore. Non avere alcun potere di portarti pensiero senza essere inopportuno, spezza il mio spirito. È la speranza ciò che mi rimane: una sostanza rappresa e viscosa che oramai raggrumata si attacca all’anima, infettandola di vivide illusioni di un probabile futuro ispirato dai bei ricordi.

Ora ti lascio andare e non so se mai ti capiterà di leggere queste righe. Forse è meglio che ciò non accada mai o magari è l’unica cosa che farà davvero la differenza in ciò che ci riserva il futuro. Lancio questa moneta in aria sperando che ne esca fuori “Testa” e prima di lasciarti, mi arrogo la presunzione di darti un consiglio chiedendoti ancora una volta di portare pazienza. È più che altro una speranza.

Quando hai un dubbio, un rancore, un biasimo o semplicemente un’arrabbiatura su ciò che siamo ora, guardati indietro e non dimenticare, perché quando non diamo adito alla memoria di chi siamo stati, cediamo all’annichilimento e cessiamo di essere ora e adesso.

Ti abbraccio forte, con il cuore e con il pensiero.

A presto

Uno sguardo che mi chiede chi sono.

Sorge l’aurora funesta su di un lago calmo.

È ora di iniziare.

Distintamente sento il rumore che fa la vita. Vita, vita … quante volte avete visto o letto un qualcosa che inizia con questa parola. Io troppe. Siamo stati capaci d’ inflazionare una semplice parola dal significato più profondo dell’universo stesso, un significato così ampio da poterlo rinchiudere relativisticamente nello spazio di quattro lettere.

Sto esagerando? Vero, lo so. Ma cosa pretendete dopo tutto? Sono più di quattro anni che non metto piede in questo posto ed è un po’ come quando entrate in una vecchia stanza che fino a qualche giorno fa ignoravate: sapevate benissimo che era li, cosa conteneva e a cosa serviva, ma non ci entravate. Non vi occorreva nulla che fosse contenuto in essa. Una soffitta piena di cose che non butteremo mai via e che in ogni caso non useremo mai, fino a quando un giorno, qualcuno o qualcosa riaccende quella vecchia lampadina e vi riporta alla mente quegli scatoloni pieni di ricordi. Senza che ve ne rendiate conto, vi trovate a ravanare dentro i cassetti per vedere dove diavolo avete messo le chiavi: “forse sono qui? Ah no! Forse le ho messe vicino alla cassetta degli attrezzi!”. In fine saltano fuori. La mente, come la casa, non ruba, nasconde.

Una figura retorica calzante, non trovate? A me piace, a dire il vero. In fondo siamo tutti un po’ nostalgici. Vecchi marinai che alla fine non hanno più voglia di prendere il mare, ma si ritrovano in un modo o nell’altro sul ciglio della scogliera a fissare l’orizzonte, ripescando dai ricordi vecchie avventure (o disavventure) passate ai famigerati “bei tempi”. Infatti, per alcuni, quell’orizzonte può essere chiuso in una scatola oppure in un blog stantio che nonostante l’incuria è rimasto lì, fermo ad aspettare che l’idiota in questione si decida finalmente a rimettersi a rigurgitare parole sulle sue pagine. Ora basta però: ce ne sono di cose da raccontare e la vita è proprio questa … per lo meno così dicono.

Generalmente abbiamo la netta sensazione che il mondo giri senza fermarsi un attimo. Forse è vero, forse no. Cosa succederebbe se dovesse fermarsi anche solo per un secondo? La nostra vita cambierebbe e rimarrebbe inutile proprio come lo è giorno per giorno? C’è chi questa inutilità la vive serenamente chi invece ha la sfortuna di riconoscerla in se e negli altri, consapevole quindi di non essere indispensabile.

Siamo aria nel vento e polvere sulla terra, che non ha scopo né destinazione, se non quella dettata dalle correnti del fato. Ci sentiamo padroni di tutto ma siamo solo i sommi sovrani del niente costruito sul nulla.

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Cos’è che succede quando ci si trova davanti ad un foglio bianco, proprio come questo? I tempi sono cambiati e al posto della penna c’è una fredda testiera. Qualcuno potrebbe dire che si perde l’anima dello scrittore, altri invece che non c’è la stessa sensazione di chi incide lettera per lettera le parole che vengono dritte dall’anima e dettate dal cuore. Bella questa.

Forse è vero, forse no, al contrario penso che le parole vengono si dall’anima, ma che il mezzo con il quale si “incide” il proprio pensiero sul foglio non snaturi affatto l’opera di chi sta creando o dicendo qualcosa di vero. Non mi riferisco alla concretezza del tangibile o alle fredde logiche matematiche, ma alla proverbiale Vera Verità, quella che per essere pronunziata, abbisogna di una sola parola o addirittura di una semplice espressione in volto … come può essere un sorriso.

L’anima, per chi ce l’ha ancora, è una sola, e viene non dal cuore, come suggerisce una banale filosofia, bensì dall’esperienza e dalla capacità di digerire il passato, per quanto duro possa essere. Noi siamo predisposti per nostra natura a capire chi siamo e cosa siamo in grado di fare. Ci occorre la giusta motivazione, una scintilla emozionale tanto forte da essere propellente per la coscienza, facendola bruciare fino al limite tanto da farci urlare il nostro nome, perché troppo spesso dimentichiamo chi siamo davvero.

Non tutti sanno che l’anima, quella vera, è più vasta di mille universi, mentre uno solo di essi può essere racchiuso sulla punta di una penna. Resta solo da capire se quella penna è nostra oppure lasciare che qualcun altro scriva al posto nostro.

Dott.ssa Ilaria Rizzo

PSICOLOGA - PSICOTERAPEUTA

HOKUTO NO KEN

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Cilanga per nascita, Juarense per crescita, Terrona per nozze, Parmense per geolocalizzazione ed Essere di frontiera per vocazione

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Kept you waiting, huh?!?

Angelo Nizza

Filosofia / Linguaggio / Storia / Politica / Cultura

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