Così diceva Oscar Wilde! Una virtù … quella che appartiene solo ai perversi. Se si parla di patriottismo, o meglio “nazionalismo”, ossia quel senso di intolleranza che porta determinata gente a combattere contro le opinioni e contro quelle parole che si allontanano anche solo per un istante dal loro vocabolario di follia e delirio, allora concordo con lui (anche se in questo caso il termine giusto che si dovrebbe adottare sarebbe “dittatura”).
Se invece ci si riferisce a quel senso di appartenenza ad un popolo come fu per i greci secoli orsono a Maratona e Platea, che appartenne al popolo francese nel 1792 o ai nativi americani quando spiegarono eloquentemente al generale Caster che quella terra non apparteneva a nessuno se non a se stessa e che caso mai era il contrario: erano loro ad appartenere alla terra.
Se ci riferiamo a questo genere di discorso, allora mi si trova d’accordo su ogni punto.

La vera domanda, giunti a questo punto è: noi calabresi, o meglio, noi italiani, come e su quali termini poniamo la nostra posizione?
A dire il vero, io stesso non saprei rispondere a questa domanda, ed il problema, tra i tanti, è proprio questo! Non sappiamo dire che cosa siamo e chi siamo! Non conosciamo la nostra identità. Eppure mi pare di ricordare che 150 anni fa, vi fu una strenua lotta per raggiungere una qualche sorta di unità, un senso di compattezza nazionale, che permettesse a tutti noi di dire al mondo che siamo italiani.
Lo chiamano risorgimento: ma temo che questa resurrezione di cui parlano, sia si avvenuta, ma è durata meno del previsto. Dilazionata negli anni, questa sensazione di unità è pari ad un sospiro. Inoltre mi è capitato di vedere un film poco tempo fa, “I Vice Re”, dove una frase mi colpì particolarmente e diceva: «abbiamo fatto l’Italia. Ora non resta che fare gli italiani». Niente di più vero! A quanto pare però, i lavori, se mai ci sono stati, sono ancora in corso.

Io sono un calabrese. Il mio paese si chiama Roccella Jonica, in provincia di Reggio Calabria e sono fiero delle mie origini e questo mio “stato di grazia”, se così lo vogliamo chiamare, si è ingigantito perché, indagando sulle origini della mia cittadina, sono venuto a sapere che il suo antico nome era nientemeno che Anfisia e che viene citata nell’ultimo capitolo delle “Metamorfosi” del poeta greco Ovidio. E ce ne sarebbe da raccontare ma la vera discussione sta nel fatto che ogni cittadino calabrese, vive in una condizione di relax, un abbandono che io definisco “statico”. Questa sua condizione, quasi gli impone una totale incuria nei confronti di ciò che gli accade intorno, a meno che questi fantomatici avvenimenti non lo riguardino in modo strettamente diretto. Una vita privata che deve rimanere tale e che non può esulare dalle quattro mura domestiche.
Ma non tutti sanno che il termine “privato” non ha sempre avuto il significato di, personale o intimo, bensì deriva da “Privazione” e risale all’antica Grecia, quando per un cittadino qualsiasi, rimanere a casa e non partecipare alla vita politica e sociale della propria cittadina o della propria nazione, voleva significare letteralmente privarsi di una vera e propria necessità fondamentale come l’atto di bere, mangiare … e pensare. Quindi l’espressione “vita privata” significa letteralmente “vita sociale sottratta”, proprio come la nostra.
Per una persona libera, partecipare attivamente e dire la propria opinione sui fatti che riguardano la comunità, sia essa piccola come un paese di provincia o monumentale come una metropoli, era di vitale importanza e, dal canto mio, pensare che questo genere di atteggiamenti si siano perduti nei secoli, mi paralizza.
Ed è così che vedo la vita di un calabrese medio: ritirato a vita privata! Dopo tutto è facile no? Nessuna preoccupazione che non vada al di là delle bollette da pagare, niente di complicato che non sia portare i figli a scuola o fare una revisione accurata alla macchina di grossa cilindrata, alla quale mancano le ultime quattro rate da pagare. Chiunque potrebbe obbiettare dicendo: «Che c’è di male?»
«Niente», direi io, «ce lo siamo guadagnato 150 anni fa, dopo tutto!»
Poi penso: «Ma siamo sicuri che doveva essere proprio questo il nostro retaggio?», io credo proprio di no. Mi consola vagamente il fatto che non siamo stati noi a guadagnarlo. Ma proviamo ad immaginare per un attimo: se quei 1000 soldati più o meno ventenni, che hanno versato il loro sangue, le loro lacrime, le loro speranze su quei campi di battaglia su e giù per l’Italia, sapessero che ora conduciamo la nostra vita in questo modo e in queste condizioni; se per un qualche motivo uno di loro avesse una sorta visione mistica del futuro e vedesse quello che noi stiamo vivendo oggi, continuerebbe a combattere con lo stesso fervore che lo ha portato insieme ad altri 999 soldati a riunificare questa nazione sotto un’unica bandiera? Non saprei … ma personalmente avrei seri dubbi.
Mazzini, Garibaldi, Cavour, erano tutte persone con un carattere d’acciaio e armati di una determinazione tale da competere con un dio, ma erano comunque persone,  e in quanto tali, erano soggette a preoccupazioni e dubbi proprio come ognuno di noi e sono quasi certo che ciascuno di loro al posto nostro, rimarrebbe oltremodo attonito se non addirittura disgustato.

Piaghe sociali come, delinquenza minorile, furti, scippi e stupri, sono sempre esistiti è vero. Oggi risaltano perché Il Quarto potere, ossia i Midia, li esaltano come il loro mestiere oggi giorno richiede. Tuttavia, questioni come la mafia, ‘ndrangheta e criminalità organizzata in genere, ci riguardano da vicino non solo perché sono in casa nostra ma perché siamo stati noi, come popolo, a volerle e siamo sempre noi ad assecondarle.
Quando lo stato italiano nacque, vi furono anche molti soprusi, soprattutto al sud e furono proprio questi che causarono fenomeni come l’emigrazione (riguardo alla quale sarebbe più corretto riferirsi con l’epiteto di Esodo, argomento largamente trattato nel libro di Pino Aprile, “Terroni”) verso le americhe e altre nazioni oltre oceano; e fenomeni come il brigantaggio, il quale per una serie di circostanze sia umane che sociologiche (come la mancanza d’istruzione) sfociò inevitabilmente nella criminalità organizzata che conosciamo oggi.
Ma un singolo uomo che cosa può fare per combattere tutto ciò? Che cosa resta ad un contadino o un semplice commerciante se non il martirio ed una lapide ben fatta con lettere grandi e in acciaio. Inutile prenderci in giro! Il singolo può smuovere le coscienze solo con la sua morte.
Riflettendo bene, se il popolo scende non in piazza, bensì in guerra, diviene una furia incontrastabile pronta a fermarsi solo dopo aver raggiunto lo scopo ultimo … la libertà. C’è un vecchio detto latino che recita: Si vis pacem, para bellum, ovvero: Se vuoi la pace, preparati alla guerra.
Non fraintendetemi. Non è mia intenzione promuovere sentimenti di odio e bellicose speranze, dico solo che, proprio come dice la bibbia, tanto cara a molti pacifisti, esiste anche un tempo per combattere.
Lo abbiamo già visto fare, perché non si dovrebbe verificare anche oggi? Forse perché siamo un popolo civilizzato? E cos’è la civilizzazione? Quella di Cortés portata al popolo Maya o forse quella di Bush in Iraq?
Dostoevskij, diceva che “il grado di civilizzazione di una società, lo si giudica dalle sue prigioni”. Lo disse dopo aver scontato una breve condanna. E quanto siamo civili noi che permettiamo ad un giovane incarcerato e in attesa di giudizio, di morire misteriosamente sotto le manganellate mai avvenute, di innocenti e solerti secondini? Quanto siamo civili dunque? La verità è che, se volgiamo che le cose cambino, se desideriamo davvero che questo mutamento si verifichi, deve prima partire da TUTTE le nostre coscienze, così smetteremo forse di essere nazionalisti, e  alla fine magari, diverremo tutti veri patrioti.