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La notte fa paura, è vero. Intimorisce forse perché la luce è poca, oppure perché di notte escono fuori i malintenzionati proprio come i ratti dalle loro luride tane. Può far paura per una serie di infiniti motivi ma solo uno di questi ha ragion d’essere per rinfrancare questo sentimento di timore e inquietudine: i denti aguzzi che la popolano, celati dietro quel velo di segretezza che oramai domina governi ed economie di mille nazioni, dai tempi delle prime civiltà.

Inutile dire che non mi riferisco a normali predatori ma ad un peccato che si muove tra la gente, che cammina e striscia senza respirare e che ciò nonostante è sempre presente. Ci si riferisce ad un essere che si nutre di vita per alimentare la propria immortalità. Non è così poetico alla fin fine? La vita che permette alla morte di poter “vivere”. Ha un ché di selvaggio … di primordiale!

Lasciate perdere quelli che dicono che l’immortalità non servirebbe a nulla. Ignorateli, perché vivere per sempre e perseverare negli anni e nelle epoche, percependo i giorni come fossero secondi e le settimane come fossero minuti, non ha prezzo tale da poter comprare o vagamente contrattare un dono simile.

La noia di cui parlano i filosofi della “breve vita”, come li chiamo io, non esiste nel mio mondo. Costoro sono dei truffatori. Sono dei ciarlatani! Piccoli uomini intenti a coniare alti concetti e teorie sull’intensità della loro altrettanto piccola e fugace esistenza, solo per sentirsi alla fine, vagamente rincuorati quando la morte giungerà per riscuotere il suo tributo.

Sono esseri così deboli e tristi.

Il loro essere fragili sembra quasi un insulto a colui che venerano come dio. (Di fatto c’è da dire che, a meno che costui non avesse intenzione di divertirsi, creare la razza umana non è stato decisamente il suo lavoro migliore.)

Da quando cammino in questa “non vita”, ho potuto assistere ad eventi d’in commensurata bellezza e fatalità. L’uomo li chiama “storia”, io li chiamo ricordi. Ho visto la guerra imperversare sul campo di battaglia di Sekigahara in Giappone, e le raffinate lame dei samurai conficcarsi nel fango e versare dell’ottimo sangue nel nome dello shogun. Nove anni dopo mi trovavo a spiare il vecchio Galileo che perfezionava ed usava per la prima volta il suo telescopio. Ricordo il momento esatto in cui l’impero asburgico e  quello ottomano scesero sul campo di battaglia. Rammento ancor’oggi il fischio delle pallottole sparate dei fucili dell’esercito confederato a Gettysburg e più tardi ancora quello dei fucili nazisti a Nizza. Non sarei in grado di ricordare tutto questo se avessi vissuto una vita di soli 60 anni e vi assicuro che la noia è l’ultima delle mie preoccupazioni. Nonostante tutto, le mie memorie non sono che una piccola parte di ciò che mi permette di apprezzare la mia immortalità.

Ricordo il giorno in cui appresi che la mia vita era finita: come un bambino rimasi stupefatto. Non dalla morte certo – non direttamente – bensì dalla mia indifferenza. Mi resi conto che il buio non era più tale ma divenne, ai miei occhi, oscurità … divenne tenebra.

Sapete, quando c’è troppa luce ci si acceca e quindi non si riesce a mettere a fuoco nello stesso modo quando c’è troppo buio. Io, invece mi trovavo in uno stato di tiepida e leggiadra penombra, dove tutto era chiaro, dove dettagli impercettibili facevano capolino dagli angoli e dagli anfratti più insospettabili. Avevo l’impressione che le ombre volessero parlare con me, come se volessero sussurrarmi il loro “benvenuto”.

L’immortalità: pensate ancora che sia così noiosa come dicono? Non credo proprio. Sono ancora qui! Un ventisettenne che vive da ben quattrocentotredici anni e la condizione umana non mi riguarda più, poiché sono divenuto qualcosa che di per se, si pone oltre le illusioni dettate dalla vanità umana. Ora un altro genere di vanità mi coccola e mi offre il suo tepore: la superbia tipica di un predatore, un assassino, il risultato di un male ancestrale consumatosi millenni orsono. Di fatto per alcuni sono un fratello tra i “fratelli”, per altri il peccato di Caino che si perpetra ancor’oggi. Tuttavia devo ammettere che … l’appellativo classico di “vampiro” mi inorgoglisce sopra ogni altra cosa. […]