Archive for luglio, 2012


Certe volte vorrei strasformarmi in Hulk, ruggire al cielo, spaccare tutto … e sentirmi finalmente libero.

Tornando a casa alle due del mattino, metto un piede dinanzi all’altro cercando di sentire ogni minimo passo come fosse un punto in avanti nella mia vita. Quella discoteca rimbomba ancora alle mie spalle e solo dopo mi accorgo di essere solo: un’intera città che dorme e soltanto io a percorrere quelle strade che di giorno sono affollate e rumorose.

Ancora passo dopo passo e le stelle di un cielo limpido si stagliano sulla mia testa. Non brillano come ad illuminare il cammino di un uomo che ancora non ha ben capito chi è e cosa vuole, anzi, dormono anch’esse e con il loro scintillio timido, si rimettono alla notte seguente.
Ci sono solo io nella notte in questa piccola cittadina. Non sono veramente solo ma è come se lo fossi. Un uomo invisibile che cammina per la strada osservando fugacemente il tizio al telefono che litiga con la propria ragazza, perché non ha idea di quale errore abbia commesso, oppure il solitario in macchina, che percorre chilometri da solo con lo stereo a palla, solo per farsi notare e sentirsi meno solo. Poi, voltando lo sguardo, vedo lui, il Castello! Da che ho memoria, è sempre stato li, simbolo dei fasti d’un tempo, illuminato da un faro dalla luce giallastra e la strada ancora più vuota dinanzi a me.

Sento questa città e lei sente me. Siamo la stessa cosa e sappiamo entrambi d’appartenerci a vicenda. Sento ogni suo battito, non uno vero e proprio ma un qualcosa che si esprime diversamente alla percezione di chi sta ascoltando veramente, come un’auto solitaria che passa veloce quasi a non volersi far vedere da me, oppure una sveglia regolata male che suona all’ora sbagliata e nessuno li a spegnerla. Sento il vento che sussurra dai vicoli solitari e l’odore di piscio, acre e stantio, che s’impone dai tombini semi aperti.
Ogni cosa sembra volermi parlare e augurarmi la mia buonanotte, oppure bacchettarmi perché sto facendo tardi, non lo so ma è rassicurante sapere che qualcosa c’è e si fa sentire anche nella notte più profonda.

Ci sono solo io in questa città oscura, alle due del mattino, io sono il suo cuore che batte e il suo sangue che scorre nelle vene. Io sono lei e lei è me … un tutt’uno mal coeso.

[…] Io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.

In cerca della vita

L’istinto mi parla in continuazione.
Dargli ascolto senza lottare
È un atto di somma saggezza verso se stessi,
mentre la ragione sopprime l’estro che ci rende unici
nelle sabbie mobili delle regole
e dell’inquadramento sociale.

Chi siamo noi per dettare regole al cuore?
Chi siamo noi per ergerci a giudici e carnefici
della libera cognizione?
Quando sorge il sole,
siamo davvero noi o il vago riflesso d’uno specchio distorto?

Forse sarebbe bene aprire gli occhi
e guardare al cielo.
Forse sarebbe degno dei grandi saggi
ascoltare ogni singolo battito della nostra anima
ed ogni singolo sussulto del nostro spirito,
per capire che quando staremo per morire
allora, e solo allora, capiremo d’aver mai vissuto o meno.

Cercare la vita nella dottrina dell’uomo
è come cercare l’umiltà nell’anima di un ricco
Una volta tanto diamo ascolto all’istinto,
solo così, forse, smetteremo di sopravvivere
e inizieremo, invece, a vivere.

Manhattan, 16 dicembre 1986, ore 06:37 AM

Mi addormentai con quel cognome che mi martellava nella mente. “Frost”. L’avevo già sentito e dentro di me sentivo di tralasciare un particolare importante, fino a che non sentii il metallo gelido della canna di una calibro 38 poggiarsi sulla mia fronte, seguito dal rumore tipico del cane che si arma. Non avevo ancora aperto gli occhi e prima di farlo pensai “Cristo santo! Chi ben comincia …”
Aprii gli occhi e mi trovai la bella Dhalia dai capelli rossi sopra di me con la sua trentotto pronta a ridipingere la tappezzeria con le mie cervella. Così cercai di mantenere la calma e le dissi.
« Ammetto d’aver pensato a noi due “io sotto e tu sopra” ma non era proprio così che l’avevo immaginata.»
Lei non mi rispose e mi guardava con lo sguardo di chi si stava preparando per anni a fare una cazzata del genere. Certo se fossi morto nessuno avrebbe sentito la mia mancanza e sono quasi certo che al distretto avrebbero festeggiato con una cassa di birra e una gara di scoregge in mio onore.
« Non mi hai riconosciuta.» mi disse. Dal tono mi sa che avrei proprio dovuto riconoscerla.
« Temo che la vodka di ieri sera abbia sortito il suo effetto troppo in fretta e troppo bene.» Cercai di sdrammatizzare ma lei non aveva l’aria di chi volesse ridere. La trentotto che mi puntava contro sottolineava chiaramente questo concetto.
« Piantala!!» Urlò « Non è possibile! Non puoi aver dimenticato!»
Mi mossi lentamente per appoggiarmi sullo schienale del divano e lei si discostò tenendo ben salda la mira dritta sulla mia testa. Non era proprio il caso di mettersi a cazzeggiare, ma dovevo fare qualcosa.
“Frost. Frost.” Dannazione! Dove ho sentito questo cognome? Qualche marito geloso che ho beccato a sbattersi la segretaria o era ai tempi del distretto? Più mi sforzavo più mi rendevo contro di essere nella merda fino al collo e la situazione non mi aiutava minimamente a mettere a fuoco. Improvvisamente, però,  il discorso deviò, cambiando tutte le carte in tavola.
« Com’era che dicesti all’epoca?» mancava solo che si mettesse a ringhiare « Si avvocato, posso affermare d’avere visto l’imputato vicino alla buick della vittima. Si vostro onore, lo ricordo bene! Erano le ventidue e diciassette! Sei minuti poco dopo il decesso della vittima. MA COME SIAMO PRECISI!!!»
Non potevo crederci. I ricordi si collegarono improvvisamente tra loro. Il processo Freeman. Erano passati secoli. Fui chiamato alla sbarra dopo aver presentato nuove prove, come testimone esterno. Il figlio del vice procuratore Freeman era stato assassinato in un parcheggio da un tizio con il quale, qualche giorno prima, aveva avuto uno screzio in una tavola calda, poco fuori città.
Il giovane Henry, figlio di David Freeman, non sapeva che la merda che aveva sbattuto al tappeto in quella tavola calda, aveva dei precedenti di aggressione e tentato omicidio, infatti, quattro giorni dopo, Frost, si appostò in un parcheggio con un fucile a pallettoni, aspettando che il rampollo di casa Freeman salisse in macchina. Quando ciò accadde il tizio sbucò fuori all’improvviso e gli scaricò tutte le cartucce addosso. L’abitacolo di quella Buick era diventato un colabrodo, nel vero senso del termine. Dovettero riconoscere il ragazzo dalle impronte dei piedi.
Io mi trovavo li proprio per lui perché la moglie di un noto avvocato se la faceva con Frost nei fine settimana e il marito mi aveva ingaggiato per procurarmi delle prove. Andò così infatti: le prove me le procurai ma per il caso sbagliato. La mia testimonianza oculare e professionale fu decisiva. Fui chiamato a deporre come test a favore dell’accusa e Frost fu condannato proprio in base a quella testimonianza. Ne parlarono per mesi anche all’estero.
Ora si che avevo messo a fuoco la persona che mi stava di fronte. Dhalia Frost, sorella minore di Garlan Frost: Colpevole d’omicidio premeditato e condannato a morte con verdetto unanime. Ora mi era impossibile non ricordare! L’esecuzione era avvenuta due settimane fa: ed ecco spiegato il perché quel maledetto cognome mi risuonava in testa come una marcia militare.
Così, giunti a questo punto, lei continuava a fissarmi come se mi volesse incenerire con lo sguardo, e disse:
« Io so chi sei.»
« Bene, ora che abbiamo completato le presentazioni, possiamo evitare che questa mattinata finisca in un casino irreparabile?»
« Samuel Skennon.» Muovendomi lentamente, alla fine riuscii a mettermi seduto sul divano e lei continuò a parlare sparando cazzate a tutto spiano. « lei è condannato a morte per spergiuro e inadempienza dei doveri professionali.»
« Dhalia, tuo fratello era davvero dove ho detto che fosse.»
« ERA LI PER CASO!!» Si mise a strillare come una pazza e forse era un bene per me. Poi digrignando i denti disse:
« e tu, alcolizzato figlio di puttana, l’hai incastrato.»
« Io non ho incastrato nessuno, Dhalia.» I miei argomenti non giocavano a mio favore e forse era meglio che io chiudessi il becco … ma non lo feci. « la balistica confermo che fu il fucile comprato da tuo fratello a sparare e i residui di polvere da sparo comprivano Garlan dappertutto, così tanto che quando gli misero il reagente si illuminò come a natale. Per dio, anche il trafficante d’armi fu arrestato e ha confessato tutto.»
« Avete falsificato le prove … »
Cominciò a sproloquiare e forse era il momento di provare a salvare la pellaccia. Dovevo solo trovare il momento giusto.
« La matricola del fucile era brasata e la pallottola ce l’avete messa voi. Voi avete ucciso mio fratello e io ora ammazzo te, lurido bastardo.»
Lei puntò la pistola e che quello fosse il momento giusto o meno, non aveva importanza: dovevo fare qualcosa.
« Anche questa bellezza è di contrabbando o l’hai comprata regolarmente?» Le chiesi.
« Naturalmente, contrabbando» rispose sorridendo « e indovina un po’ la matricola?»
« Raschiata via, immagino.»
« Acuto per essere un alcolizzato!»
« Grazie mille.»
« Non c’è di che.» Poi mi fece un cenno con la testa e disse:
« Il condannato ha qualcosa da dire prima che venga eseguita la sentenza?»
« In effetti una cosa ci sarebbe.»
« Non esitare ti prego, muoio dalla curiosità.»
« Quella roba che hai in mano, funziona meglio senza la sicura.»
Dhalia si sporse d’istinto per controllare la sicura che invece era al suo posto, mentre io con uno scatto fulmineo afferrai il cuscino del divano e con un colpo la disarmai gettando la pistola in terra. Lei riuscì a premere il grilletto e io a colpirla con un diretto in pieno viso. Le ruppi il labbro e lei cadendo a terra sbattè la nuca contro il tavolino restandoci secca. Pensai “ora chi lo spiega a quell’idiota di Marlow che è stata legittima difesa”. Il fatto è che non aveva importanza perché la sensazione di umido che avvertì sul fianco sinistro parlava da se. Quella troia mi aveva colpito. Non posso credere che debba finire così: un bicchiere di vodka e una scopata mancata. Una morte da stronzo per uno stronzo. Sembra la fine di una barzelletta del cazzo … come la mia vita d’altronde.
Mentre sono a terra e sto per svenire, la radio sveglia si accende e mi si stampa in faccia un sorriso idiota quando sento il ritornello di Don’t Fear the Reaper dei Blue Oister Cult.

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Un breve racconto Noir sviluppato da una bellissima idea di Roberto Pedullà. Lo ringrazio per avermi messo a disposizione la sua fantasia e per avermi permesso di mettere mano in una sua opera, sulla quale mi sono appoggiato per tirare fuori quello che avete avuto la gentilezza di leggere e che mi auguro abbiate gradito. Grazie Robi, sei un grande!!

Manhattan, 16 dicembre 1986, ore 02:25 AM

È una vecchia abitudine che non riesco a scrollarmi di dosso quella di guardare in terra mentre cammino. È come se volessi assicurarmi di mettere i piedi uno davanti all’altro nel modo giusto. Come ogni sera torno a casa e entrare a Wilky Park a notte fonda significa sacrificare la sensibilità delle dita. Intorpidite da quella che altri non è che una notte gelida, le porto alla bocca cercando si scaldarle con il fiato ma serve a poco.
Il cielo sembra intenzionato a sganciare giù qualche granello di pioggia e dubito che aspetti cortesemente il mio rientro a casa. Approfittai del tragitto per riflettere un po’ ma con quella temperatura al di sotto dello zero anche in pensieri sembravno starsene rintanati per paura del freddo. Mi misi a ripensare alla serata al “Blu Oister Cult Night”.

Come al solito nel locale di Sarah suonava una canzone in particolare, Don’t fear the Reaper, e da qui si capisce la scelta del nome. Uscì dal locale con il morale simile ad un cane al quale è scappata la cena e mi accesi una sigaretta. Mi sistemai l’impermeabile e pensai “Cristo santo, sembra di stare ad un funerale li dentro!”. Iniziai ad incamminarmi verso casa e mentre pensavo a cosa avrei fatto per arrivare fino a domani, mi si accostò una donna. Non lasciava granchè alla fantasia e come puttana non era tanto male. Mi chiede se ho voglia di divertirmi: le rispondo che solitamente avrei acconsentito ma non era quella la serata giusta. Quella sera ne avevo avuta fin troppa di “compagnia”. La salutai con un cenno della mano e la lasciai senza dirle nulla.

Proseguendo passai per la 37° e ad ogni angolo della strada, sostava un barbone. Dormivano tutti ma davano l’idea di essere guardiani silenziosi della città. Sentinelle dormienti in una notte stanca e priva di aspettative. Una notte che sembrava volesse sussurrare all’anima stessa di chi era ancora sveglio “hei amico, lascia perdere. Non c’è nulla da fare. Pensa a tornare a casa. Va a dormire e se sarai fortunato, domattina riuscirai a svegliarti per rivedere un altro fottutissimo giorno.”
Di giorno sono ubriachi e se la prendono con il mondo intero. Strillano e inveiscono contro le sue regole. Storie vecchie … già viste, o almeno così credevo.
Ero quasi arrivato alla porta, stringevo nella tasca del mio impermeabile le chiavi dell’appartamento in affitto con due mesi di arretrato; probabilmente alla fine di questa settimana, Buch, così si chiamava quel ciccione infame del padrone di casa, mi avrebbe sbattuto fuori e io sarei tornato da mio fratello nell’oregon come al solito, per poi andarmene di nuovo e tornare ancora una  volta in questo buco di città.
Sentii dei passi avvicinarsi, proprio alle mie spalle. Non era un uomo, sembravano tacchi da donna. I passi si fermarono. Saranno stati, si e no tre metri da me. Così pensai di fare il magnifico ed esordii con: “Se vuoi il mio portafogli, ti consiglio di fare qualche altro passo, puntare la pistola alla nuca e il resto del lavoro penso tu sappia già come si faccia”. Mi voltai lentamente: prima con la coda dell’occhio e poi ebbi tutto il tempo per sentirmi un completo idiota per la frase che avevo appena detto.
Era forse la donna più bella che avessi mai visto in tutta la mia vita da pezzente: lunghi capelli rossi scendevano fino alle spalle. Rossi come le fiamme dell’inferno come se satana in persona si fosse armato di spazzola per sistemarli a dovere. Una pelle chiara e delicata da sembrare porcellana in quella notte gelida, e per finire, un viso d’angelo che tale non era. Pronto a condannare qualsiasi idiota che abbia l’incoscienza di perdere la testa per una donna del genere. Quelle labbra fecero scattare ogni campanello d’allarme, proprio quelli che ogni uomo sente quando si trova dinanzi ad una creatura come quella. Quelli che ogni uomo è pronto ad ignorare nella speranza di avere una fetta di paradiso per una singola notte. Io non ero da meno.

Rimasi lì a guardarla come un bambino guarda la sua prima bicicletta. Ero meravigliato del fatto che una cosa così bella potesse stare in un posto così squallido come Wickly Park a quell’ora di notte. Mi parlò e mi disse:
« Sto cercando un posto dove poter passare la notte …» la sua voce era musica.
Sono sicuro che uomini e diavoli perdono la testa al solo udire una singola parola rotolare fuori da quelle labbra. Prima di rispondere esitai e mi resi conto che in quel tono delicato si nascondeva un accenno di insicurezza e smarrimento. Poi continuò dicendo:
« Sa? Sono di passaggio e vorrei evitare di passare la notte in macchina, anche perché il riscaldamento è difettoso: prima scalda poi la centralina si attiva e manda in corto i comandi … »
Non la piantava di parlare: era adorabile come tremava dal freddo e gesticolava nervosamente mentre mi diceva le cose più inutili del mondo.  Poi intervenni io e dissi un’altra delle mie stronzate fuori luogo:
« Perché una bella donna come lei si trova a Wickly a quest’ora di notte? Potrebbe avere una delle migliori stanze del Palace solo sbattendo le ciglia al tizio della reception.»
Pensavo si sarebbe offesa invece mi sorrise e prese il mia sparata come un complimento e continuò dicendo:
« Diciamo che non amo i luoghi troppo sfarzosi. Mi mettono ansia e non riesco a prendere sonno e poi, diciamoci la verità … » Aveva ripreso a chiacchierare senza fiato, « più sfarzosi sono, più mettono paura. Anche perché … »
La interruppi subito.
« Vuole entrare?» Lo dissi mentre giravo la chiave nella toppa. Poi continuai dicendo: « La pensiamo allo stesso modo, sullo sfarzo intendo.»
Lei mi sorrise ancora e mi chiese: « Lei è mai stato al Palace?”.
« No perché?»
Scoppiammo a ridere come ragazzini al primo appuntamento ed entrammo nel corridoio che precedeva le scale. In quel momento pensai “Speriamo che quella vescica di merda non mi senta rientrare”. Alle volte Buch mette seriamente paura. Quel grassone sembra avere l’udito di un lupo.
Iniziammo a salire le scale e  messo piede al primo gradino mi girai verso di lei e le feci cenno di fare silenzio e che poi le avrei spiegato il perché. Accennò un sorriso mentre metteva le braccia conserte e saliva le scale adagio, pensai di avere avuto un culo formidabile e che dopo questa notte sarei potuto morire. Ma d’altronde, quante volte nella vita, un uomo, può vantarsi di aver avuto un’ospite tanto graziosa? A parte JFK, la risposta la conosciamo tutti.

Aprendo la porta dell’appartamento mi accorsi che in terra, vicino al battiscopa, stava passeggiando un bacherozzo, con disinvoltura lo schiacciai e lei, distratta dall’ambiente … pittoresco, non si accorse di nulla e voltando di scatto verso di me mi chiese se fosse tutto ok.
Io le feci cenno di si con la testa e con uno scatto di polso feci scattare quella stronzissima serratura che Buch aveva promesso di aggiustare già da quando presi in affitto quella topaia.
Entrato, gettai le chiavi di casa nel centrotavola in alluminio e tolsi il pacchetto di Benson dalla giacca prima di gettarla sulla spalliera della portona. Lei si guardava attorno e disse:
« Carino qui.»
« Scherzi? È una topaia.»
« Non hai visto l’ultimo appartamento in cui sono stata.» Disse « Credimi, a confronto casa tua è una suite presidenziale del Fairmont Hotel.»
« Beh, se lo dici tu, ci credo.»
Continuava a guardarsi attorno fino a quando non le chiesi se avesse voglia di bere e mi rispose:
« Solitamente non bevo a quest’ora ma se avessi uno scotch, con questo freddo, non lo rifiuterei.»
« Mi dispiace» ero realmente dispiaciuto « Solo Vodka.»
« Vada per la Vodka.»
Sistemai due bicchieri e lei mi disse di volere del ghiaccio nel suo così ne presi un po dal freezer e mentre le versavo il drink mi resi conto che stava appoggia allo stipite della porta intenta a fissarmi. Pensai “Cazzo, lo vuole proprio questo drink!”
Mi avvicinai e le porsi il bicchiere. Ci spostammo dalla cucina in salotto e dopo aver bevuto, presi il pacchetto e puntandolo verso di lei le dissi:
« Fumi?»
Mentre si serviva dal pacchetto presi la mia, la misi tra le labbra e l’accesi. Mi disse che non fumava da qualche anno e che di tanto in tanto si concede qualche piccola trasgressione. Fece un tiro lungo e profondo, dopo di che mi guardò e mi chiese:
« Che lavoro fai?»
Io sorrisi e risposi:
« Se stai pensando di sposarmi perché ho una casa e un lavoro, ti rispondo che purtroppo sei arrivata tardi»
« Ma che peccato. Ed io che mi ero fatta illusioni.» Stava allo scherzo. Mi piace.
« Mia moglie mi ha lasciato due anni fa proprio a causa del mio lavoro. Sai, le solite cazzate: sei poco presente ecc ecc …»
«Quindi cosa è successo?»
« Ha pensato bene di prendersi la casa e la mia cadillac per andare a vivere nel Maine con un ginecologo che si chiama Cliff.» Sorrise divertita e poi si presentò porgendomi la mano
« Comunque piacere, mi chiamo Dhalia. Dhalia Frost”. Frost, il cognome l’avevo già sentito da qualche parte ma, non riuscivo a mettere a fuoco.
« Tu ce l’hai un nome o devo chiamarti “l’uomo generoso incontrato all’angolo della strada?”»
La ricambiai con un sorriso e lei mi disse
« ho detto qualcosa di buffo?»
« Non è questo» continuai sorridendo « è che di solito sono io fare le domande.»
« Sei un poliziotto?»
« Quasi» Non so perché mi ero messo a fare il misterioso. Forse perché mi piaceva sul serio « Diciamo che preferisco lavorare in proprio.»
« Non ci credo! Un investigatore privato! Ecco la ciliegina sulla torta! Che giornata di merda.»
« Beh, proprio di merda non direi … hai un alloggio per stanotte.»
« Anche questo è vero.»
Mi propose un brindisi.
« Allora alle giornate di merda con il lieto fine?»
« Allora alle giornate di merda con il lieto fine.»
Spensi la sigaretta e andai a prenderle delle coperte per sistemare il divano del salotto. Per quella notte sarebbe stata la mia camera da letto. Le diedi da reggere il cuscino mentre sistemavo il mio giaciglio, e lei ne approfittò per continuare il suo interrogatorio:
« Non mi hai ancora detto come ti chiami.» le presi il cuscino dalle braccia e le dissi:
« Sono le tre e mezza del mattino. È troppo tardi persino per fare domande, anzi soprattutto … »
« Beh, la serata va di bene in meglio!»
« Credi?»
« Beh direi!» Lei inizio a camminare e girare intorno al divano mentre io ero ricurvo e intento a finire di sistemare le coperte « Sono riuscita a trovare un riparo per la notte nella casa di un investigatore privato gentiluomo e in più scopro che  oltre ad essere affascinante è anche misterioso.»
« Che vuoi che ti dica? Dalla vita bisogna aspettarsi di tutto.»
Lei mi guardò con quell’espressione del tipo “sei stronzo e non me la dai a bere”. Nemmeno io sapevo perché mi comportavo in quel modo e francamente non era da me. Forse perché ero troppo stanco e non avevo neanche la forza di riflettere, dopo tre birre, uno scotch e una vodka alle tre del mattino.
« Se hai bisogno di bere, li ci sono dei bicchieri, ma non posso assicurarti che siano puliti e splendenti.»
« Grazie dell’informazione.»
« Da quella parte c’è il cesso, e anche su quello non posso garantire la perfetta pulizia.»
« È già qualcosa.» disse lei.
« Se non ha altre domande tenente, la camera da letto è da quella parte e io avrei un divano che mi attende.» La accompagnai nella camera da letto e guardandola dissi:
« Dovrebbe essere tutto al proprio posto quindi, buonanotte.» Mi richiusi la porta della camera alle spalle e, anche se la porta era ben serrata , sentii chiaramente
« Notte notte.» con tono rassegnato. Poggiai la testa sul cuscino pensando di passare la notte in bianco, dopo di chè la vodka fece il resto.

199X GENERAZIONE HOKUTO

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