Manhattan, 16 dicembre 1986, ore 06:37 AM

Mi addormentai con quel cognome che mi martellava nella mente. “Frost”. L’avevo già sentito e dentro di me sentivo di tralasciare un particolare importante, fino a che non sentii il metallo gelido della canna di una calibro 38 poggiarsi sulla mia fronte, seguito dal rumore tipico del cane che si arma. Non avevo ancora aperto gli occhi e prima di farlo pensai “Cristo santo! Chi ben comincia …”
Aprii gli occhi e mi trovai la bella Dhalia dai capelli rossi sopra di me con la sua trentotto pronta a ridipingere la tappezzeria con le mie cervella. Così cercai di mantenere la calma e le dissi.
« Ammetto d’aver pensato a noi due “io sotto e tu sopra” ma non era proprio così che l’avevo immaginata.»
Lei non mi rispose e mi guardava con lo sguardo di chi si stava preparando per anni a fare una cazzata del genere. Certo se fossi morto nessuno avrebbe sentito la mia mancanza e sono quasi certo che al distretto avrebbero festeggiato con una cassa di birra e una gara di scoregge in mio onore.
« Non mi hai riconosciuta.» mi disse. Dal tono mi sa che avrei proprio dovuto riconoscerla.
« Temo che la vodka di ieri sera abbia sortito il suo effetto troppo in fretta e troppo bene.» Cercai di sdrammatizzare ma lei non aveva l’aria di chi volesse ridere. La trentotto che mi puntava contro sottolineava chiaramente questo concetto.
« Piantala!!» Urlò « Non è possibile! Non puoi aver dimenticato!»
Mi mossi lentamente per appoggiarmi sullo schienale del divano e lei si discostò tenendo ben salda la mira dritta sulla mia testa. Non era proprio il caso di mettersi a cazzeggiare, ma dovevo fare qualcosa.
“Frost. Frost.” Dannazione! Dove ho sentito questo cognome? Qualche marito geloso che ho beccato a sbattersi la segretaria o era ai tempi del distretto? Più mi sforzavo più mi rendevo contro di essere nella merda fino al collo e la situazione non mi aiutava minimamente a mettere a fuoco. Improvvisamente, però,  il discorso deviò, cambiando tutte le carte in tavola.
« Com’era che dicesti all’epoca?» mancava solo che si mettesse a ringhiare « Si avvocato, posso affermare d’avere visto l’imputato vicino alla buick della vittima. Si vostro onore, lo ricordo bene! Erano le ventidue e diciassette! Sei minuti poco dopo il decesso della vittima. MA COME SIAMO PRECISI!!!»
Non potevo crederci. I ricordi si collegarono improvvisamente tra loro. Il processo Freeman. Erano passati secoli. Fui chiamato alla sbarra dopo aver presentato nuove prove, come testimone esterno. Il figlio del vice procuratore Freeman era stato assassinato in un parcheggio da un tizio con il quale, qualche giorno prima, aveva avuto uno screzio in una tavola calda, poco fuori città.
Il giovane Henry, figlio di David Freeman, non sapeva che la merda che aveva sbattuto al tappeto in quella tavola calda, aveva dei precedenti di aggressione e tentato omicidio, infatti, quattro giorni dopo, Frost, si appostò in un parcheggio con un fucile a pallettoni, aspettando che il rampollo di casa Freeman salisse in macchina. Quando ciò accadde il tizio sbucò fuori all’improvviso e gli scaricò tutte le cartucce addosso. L’abitacolo di quella Buick era diventato un colabrodo, nel vero senso del termine. Dovettero riconoscere il ragazzo dalle impronte dei piedi.
Io mi trovavo li proprio per lui perché la moglie di un noto avvocato se la faceva con Frost nei fine settimana e il marito mi aveva ingaggiato per procurarmi delle prove. Andò così infatti: le prove me le procurai ma per il caso sbagliato. La mia testimonianza oculare e professionale fu decisiva. Fui chiamato a deporre come test a favore dell’accusa e Frost fu condannato proprio in base a quella testimonianza. Ne parlarono per mesi anche all’estero.
Ora si che avevo messo a fuoco la persona che mi stava di fronte. Dhalia Frost, sorella minore di Garlan Frost: Colpevole d’omicidio premeditato e condannato a morte con verdetto unanime. Ora mi era impossibile non ricordare! L’esecuzione era avvenuta due settimane fa: ed ecco spiegato il perché quel maledetto cognome mi risuonava in testa come una marcia militare.
Così, giunti a questo punto, lei continuava a fissarmi come se mi volesse incenerire con lo sguardo, e disse:
« Io so chi sei.»
« Bene, ora che abbiamo completato le presentazioni, possiamo evitare che questa mattinata finisca in un casino irreparabile?»
« Samuel Skennon.» Muovendomi lentamente, alla fine riuscii a mettermi seduto sul divano e lei continuò a parlare sparando cazzate a tutto spiano. « lei è condannato a morte per spergiuro e inadempienza dei doveri professionali.»
« Dhalia, tuo fratello era davvero dove ho detto che fosse.»
« ERA LI PER CASO!!» Si mise a strillare come una pazza e forse era un bene per me. Poi digrignando i denti disse:
« e tu, alcolizzato figlio di puttana, l’hai incastrato.»
« Io non ho incastrato nessuno, Dhalia.» I miei argomenti non giocavano a mio favore e forse era meglio che io chiudessi il becco … ma non lo feci. « la balistica confermo che fu il fucile comprato da tuo fratello a sparare e i residui di polvere da sparo comprivano Garlan dappertutto, così tanto che quando gli misero il reagente si illuminò come a natale. Per dio, anche il trafficante d’armi fu arrestato e ha confessato tutto.»
« Avete falsificato le prove … »
Cominciò a sproloquiare e forse era il momento di provare a salvare la pellaccia. Dovevo solo trovare il momento giusto.
« La matricola del fucile era brasata e la pallottola ce l’avete messa voi. Voi avete ucciso mio fratello e io ora ammazzo te, lurido bastardo.»
Lei puntò la pistola e che quello fosse il momento giusto o meno, non aveva importanza: dovevo fare qualcosa.
« Anche questa bellezza è di contrabbando o l’hai comprata regolarmente?» Le chiesi.
« Naturalmente, contrabbando» rispose sorridendo « e indovina un po’ la matricola?»
« Raschiata via, immagino.»
« Acuto per essere un alcolizzato!»
« Grazie mille.»
« Non c’è di che.» Poi mi fece un cenno con la testa e disse:
« Il condannato ha qualcosa da dire prima che venga eseguita la sentenza?»
« In effetti una cosa ci sarebbe.»
« Non esitare ti prego, muoio dalla curiosità.»
« Quella roba che hai in mano, funziona meglio senza la sicura.»
Dhalia si sporse d’istinto per controllare la sicura che invece era al suo posto, mentre io con uno scatto fulmineo afferrai il cuscino del divano e con un colpo la disarmai gettando la pistola in terra. Lei riuscì a premere il grilletto e io a colpirla con un diretto in pieno viso. Le ruppi il labbro e lei cadendo a terra sbattè la nuca contro il tavolino restandoci secca. Pensai “ora chi lo spiega a quell’idiota di Marlow che è stata legittima difesa”. Il fatto è che non aveva importanza perché la sensazione di umido che avvertì sul fianco sinistro parlava da se. Quella troia mi aveva colpito. Non posso credere che debba finire così: un bicchiere di vodka e una scopata mancata. Una morte da stronzo per uno stronzo. Sembra la fine di una barzelletta del cazzo … come la mia vita d’altronde.
Mentre sono a terra e sto per svenire, la radio sveglia si accende e mi si stampa in faccia un sorriso idiota quando sento il ritornello di Don’t Fear the Reaper dei Blue Oister Cult.

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Un breve racconto Noir sviluppato da una bellissima idea di Roberto Pedullà. Lo ringrazio per avermi messo a disposizione la sua fantasia e per avermi permesso di mettere mano in una sua opera, sulla quale mi sono appoggiato per tirare fuori quello che avete avuto la gentilezza di leggere e che mi auguro abbiate gradito. Grazie Robi, sei un grande!!