Manhattan, 16 dicembre 1986, ore 02:25 AM

È una vecchia abitudine che non riesco a scrollarmi di dosso quella di guardare in terra mentre cammino. È come se volessi assicurarmi di mettere i piedi uno davanti all’altro nel modo giusto. Come ogni sera torno a casa e entrare a Wilky Park a notte fonda significa sacrificare la sensibilità delle dita. Intorpidite da quella che altri non è che una notte gelida, le porto alla bocca cercando si scaldarle con il fiato ma serve a poco.
Il cielo sembra intenzionato a sganciare giù qualche granello di pioggia e dubito che aspetti cortesemente il mio rientro a casa. Approfittai del tragitto per riflettere un po’ ma con quella temperatura al di sotto dello zero anche in pensieri sembravno starsene rintanati per paura del freddo. Mi misi a ripensare alla serata al “Blu Oister Cult Night”.

Come al solito nel locale di Sarah suonava una canzone in particolare, Don’t fear the Reaper, e da qui si capisce la scelta del nome. Uscì dal locale con il morale simile ad un cane al quale è scappata la cena e mi accesi una sigaretta. Mi sistemai l’impermeabile e pensai “Cristo santo, sembra di stare ad un funerale li dentro!”. Iniziai ad incamminarmi verso casa e mentre pensavo a cosa avrei fatto per arrivare fino a domani, mi si accostò una donna. Non lasciava granchè alla fantasia e come puttana non era tanto male. Mi chiede se ho voglia di divertirmi: le rispondo che solitamente avrei acconsentito ma non era quella la serata giusta. Quella sera ne avevo avuta fin troppa di “compagnia”. La salutai con un cenno della mano e la lasciai senza dirle nulla.

Proseguendo passai per la 37° e ad ogni angolo della strada, sostava un barbone. Dormivano tutti ma davano l’idea di essere guardiani silenziosi della città. Sentinelle dormienti in una notte stanca e priva di aspettative. Una notte che sembrava volesse sussurrare all’anima stessa di chi era ancora sveglio “hei amico, lascia perdere. Non c’è nulla da fare. Pensa a tornare a casa. Va a dormire e se sarai fortunato, domattina riuscirai a svegliarti per rivedere un altro fottutissimo giorno.”
Di giorno sono ubriachi e se la prendono con il mondo intero. Strillano e inveiscono contro le sue regole. Storie vecchie … già viste, o almeno così credevo.
Ero quasi arrivato alla porta, stringevo nella tasca del mio impermeabile le chiavi dell’appartamento in affitto con due mesi di arretrato; probabilmente alla fine di questa settimana, Buch, così si chiamava quel ciccione infame del padrone di casa, mi avrebbe sbattuto fuori e io sarei tornato da mio fratello nell’oregon come al solito, per poi andarmene di nuovo e tornare ancora una  volta in questo buco di città.
Sentii dei passi avvicinarsi, proprio alle mie spalle. Non era un uomo, sembravano tacchi da donna. I passi si fermarono. Saranno stati, si e no tre metri da me. Così pensai di fare il magnifico ed esordii con: “Se vuoi il mio portafogli, ti consiglio di fare qualche altro passo, puntare la pistola alla nuca e il resto del lavoro penso tu sappia già come si faccia”. Mi voltai lentamente: prima con la coda dell’occhio e poi ebbi tutto il tempo per sentirmi un completo idiota per la frase che avevo appena detto.
Era forse la donna più bella che avessi mai visto in tutta la mia vita da pezzente: lunghi capelli rossi scendevano fino alle spalle. Rossi come le fiamme dell’inferno come se satana in persona si fosse armato di spazzola per sistemarli a dovere. Una pelle chiara e delicata da sembrare porcellana in quella notte gelida, e per finire, un viso d’angelo che tale non era. Pronto a condannare qualsiasi idiota che abbia l’incoscienza di perdere la testa per una donna del genere. Quelle labbra fecero scattare ogni campanello d’allarme, proprio quelli che ogni uomo sente quando si trova dinanzi ad una creatura come quella. Quelli che ogni uomo è pronto ad ignorare nella speranza di avere una fetta di paradiso per una singola notte. Io non ero da meno.

Rimasi lì a guardarla come un bambino guarda la sua prima bicicletta. Ero meravigliato del fatto che una cosa così bella potesse stare in un posto così squallido come Wickly Park a quell’ora di notte. Mi parlò e mi disse:
« Sto cercando un posto dove poter passare la notte …» la sua voce era musica.
Sono sicuro che uomini e diavoli perdono la testa al solo udire una singola parola rotolare fuori da quelle labbra. Prima di rispondere esitai e mi resi conto che in quel tono delicato si nascondeva un accenno di insicurezza e smarrimento. Poi continuò dicendo:
« Sa? Sono di passaggio e vorrei evitare di passare la notte in macchina, anche perché il riscaldamento è difettoso: prima scalda poi la centralina si attiva e manda in corto i comandi … »
Non la piantava di parlare: era adorabile come tremava dal freddo e gesticolava nervosamente mentre mi diceva le cose più inutili del mondo.  Poi intervenni io e dissi un’altra delle mie stronzate fuori luogo:
« Perché una bella donna come lei si trova a Wickly a quest’ora di notte? Potrebbe avere una delle migliori stanze del Palace solo sbattendo le ciglia al tizio della reception.»
Pensavo si sarebbe offesa invece mi sorrise e prese il mia sparata come un complimento e continuò dicendo:
« Diciamo che non amo i luoghi troppo sfarzosi. Mi mettono ansia e non riesco a prendere sonno e poi, diciamoci la verità … » Aveva ripreso a chiacchierare senza fiato, « più sfarzosi sono, più mettono paura. Anche perché … »
La interruppi subito.
« Vuole entrare?» Lo dissi mentre giravo la chiave nella toppa. Poi continuai dicendo: « La pensiamo allo stesso modo, sullo sfarzo intendo.»
Lei mi sorrise ancora e mi chiese: « Lei è mai stato al Palace?”.
« No perché?»
Scoppiammo a ridere come ragazzini al primo appuntamento ed entrammo nel corridoio che precedeva le scale. In quel momento pensai “Speriamo che quella vescica di merda non mi senta rientrare”. Alle volte Buch mette seriamente paura. Quel grassone sembra avere l’udito di un lupo.
Iniziammo a salire le scale e  messo piede al primo gradino mi girai verso di lei e le feci cenno di fare silenzio e che poi le avrei spiegato il perché. Accennò un sorriso mentre metteva le braccia conserte e saliva le scale adagio, pensai di avere avuto un culo formidabile e che dopo questa notte sarei potuto morire. Ma d’altronde, quante volte nella vita, un uomo, può vantarsi di aver avuto un’ospite tanto graziosa? A parte JFK, la risposta la conosciamo tutti.

Aprendo la porta dell’appartamento mi accorsi che in terra, vicino al battiscopa, stava passeggiando un bacherozzo, con disinvoltura lo schiacciai e lei, distratta dall’ambiente … pittoresco, non si accorse di nulla e voltando di scatto verso di me mi chiese se fosse tutto ok.
Io le feci cenno di si con la testa e con uno scatto di polso feci scattare quella stronzissima serratura che Buch aveva promesso di aggiustare già da quando presi in affitto quella topaia.
Entrato, gettai le chiavi di casa nel centrotavola in alluminio e tolsi il pacchetto di Benson dalla giacca prima di gettarla sulla spalliera della portona. Lei si guardava attorno e disse:
« Carino qui.»
« Scherzi? È una topaia.»
« Non hai visto l’ultimo appartamento in cui sono stata.» Disse « Credimi, a confronto casa tua è una suite presidenziale del Fairmont Hotel.»
« Beh, se lo dici tu, ci credo.»
Continuava a guardarsi attorno fino a quando non le chiesi se avesse voglia di bere e mi rispose:
« Solitamente non bevo a quest’ora ma se avessi uno scotch, con questo freddo, non lo rifiuterei.»
« Mi dispiace» ero realmente dispiaciuto « Solo Vodka.»
« Vada per la Vodka.»
Sistemai due bicchieri e lei mi disse di volere del ghiaccio nel suo così ne presi un po dal freezer e mentre le versavo il drink mi resi conto che stava appoggia allo stipite della porta intenta a fissarmi. Pensai “Cazzo, lo vuole proprio questo drink!”
Mi avvicinai e le porsi il bicchiere. Ci spostammo dalla cucina in salotto e dopo aver bevuto, presi il pacchetto e puntandolo verso di lei le dissi:
« Fumi?»
Mentre si serviva dal pacchetto presi la mia, la misi tra le labbra e l’accesi. Mi disse che non fumava da qualche anno e che di tanto in tanto si concede qualche piccola trasgressione. Fece un tiro lungo e profondo, dopo di che mi guardò e mi chiese:
« Che lavoro fai?»
Io sorrisi e risposi:
« Se stai pensando di sposarmi perché ho una casa e un lavoro, ti rispondo che purtroppo sei arrivata tardi»
« Ma che peccato. Ed io che mi ero fatta illusioni.» Stava allo scherzo. Mi piace.
« Mia moglie mi ha lasciato due anni fa proprio a causa del mio lavoro. Sai, le solite cazzate: sei poco presente ecc ecc …»
«Quindi cosa è successo?»
« Ha pensato bene di prendersi la casa e la mia cadillac per andare a vivere nel Maine con un ginecologo che si chiama Cliff.» Sorrise divertita e poi si presentò porgendomi la mano
« Comunque piacere, mi chiamo Dhalia. Dhalia Frost”. Frost, il cognome l’avevo già sentito da qualche parte ma, non riuscivo a mettere a fuoco.
« Tu ce l’hai un nome o devo chiamarti “l’uomo generoso incontrato all’angolo della strada?”»
La ricambiai con un sorriso e lei mi disse
« ho detto qualcosa di buffo?»
« Non è questo» continuai sorridendo « è che di solito sono io fare le domande.»
« Sei un poliziotto?»
« Quasi» Non so perché mi ero messo a fare il misterioso. Forse perché mi piaceva sul serio « Diciamo che preferisco lavorare in proprio.»
« Non ci credo! Un investigatore privato! Ecco la ciliegina sulla torta! Che giornata di merda.»
« Beh, proprio di merda non direi … hai un alloggio per stanotte.»
« Anche questo è vero.»
Mi propose un brindisi.
« Allora alle giornate di merda con il lieto fine?»
« Allora alle giornate di merda con il lieto fine.»
Spensi la sigaretta e andai a prenderle delle coperte per sistemare il divano del salotto. Per quella notte sarebbe stata la mia camera da letto. Le diedi da reggere il cuscino mentre sistemavo il mio giaciglio, e lei ne approfittò per continuare il suo interrogatorio:
« Non mi hai ancora detto come ti chiami.» le presi il cuscino dalle braccia e le dissi:
« Sono le tre e mezza del mattino. È troppo tardi persino per fare domande, anzi soprattutto … »
« Beh, la serata va di bene in meglio!»
« Credi?»
« Beh direi!» Lei inizio a camminare e girare intorno al divano mentre io ero ricurvo e intento a finire di sistemare le coperte « Sono riuscita a trovare un riparo per la notte nella casa di un investigatore privato gentiluomo e in più scopro che  oltre ad essere affascinante è anche misterioso.»
« Che vuoi che ti dica? Dalla vita bisogna aspettarsi di tutto.»
Lei mi guardò con quell’espressione del tipo “sei stronzo e non me la dai a bere”. Nemmeno io sapevo perché mi comportavo in quel modo e francamente non era da me. Forse perché ero troppo stanco e non avevo neanche la forza di riflettere, dopo tre birre, uno scotch e una vodka alle tre del mattino.
« Se hai bisogno di bere, li ci sono dei bicchieri, ma non posso assicurarti che siano puliti e splendenti.»
« Grazie dell’informazione.»
« Da quella parte c’è il cesso, e anche su quello non posso garantire la perfetta pulizia.»
« È già qualcosa.» disse lei.
« Se non ha altre domande tenente, la camera da letto è da quella parte e io avrei un divano che mi attende.» La accompagnai nella camera da letto e guardandola dissi:
« Dovrebbe essere tutto al proprio posto quindi, buonanotte.» Mi richiusi la porta della camera alle spalle e, anche se la porta era ben serrata , sentii chiaramente
« Notte notte.» con tono rassegnato. Poggiai la testa sul cuscino pensando di passare la notte in bianco, dopo di chè la vodka fece il resto.