Laura guarda suo figlio Luca giocare ai piedi del mobile che tiene la tv, mentre con una mano dondola il più piccolo Giacomo nella culla, proprio lì affianco. I cartoni animati erano finiti da qualche minuto e ancora oggi si domanda perché non si alzò subito a cambiare canale, mentre il tg mandava le immagini della rivolta libica. Suo figlio era ancora sul pavimento a pancia in giù: giocava e non prestava minimamente attenzione alle immagini sul televisore.

Laura rimane stregata dalla televisione e si chiede, quasi inconsapevolmente, se la guerra sia giusta o sbagliata per quegli uomini e donne che hanno deciso di prendere in mano le loro vite e combattere. C’è chi dice che nessuna guerra sia giusta e chi invece è convinto del contrario. Francamente Laura non sa proprio cosa pensare. Guarda i telegiornali e si rende conto che ogni rotocalco televisivo, di qualsiasi fazione politica esso sia, riporta la notizia più o meno con la stessa enfasi fino a quando non accade qualcosa che scuote il cuore di una madre come poche altre al mondo riescono a fare.

Il piccolo Luca, che fino a poco prima giocava sul pavimento, alza gli occhi verso lo schermo della tv e si chiede ad alta voce, se può avere anche lui lo stesso fucile che tiene in mano quel ragazzino dalla pelle scura, che mostrano in tv.

Come ogni ragazzino che vuole giocare alla guerra, crede che sia appunto un giocattolo (fortunatamente): né lui né Laura sanno che quello che tiene in mano il piccolo Jusef, 13 anni, è un autentico AK-47, comunemente detto Kalašnikov, che ha una cadenza di tiro pari a 600 colpi al minuto e che viene utilizzato proprio per la sua caratteristica propensione a non incepparsi mai. Un’arma che non ha colpe e che non giudica se non per mano di chi lo imbraccia, e di chi decide che un bambino di 13 anni abbia la maturità necessaria a dispensare morte. Anche il piccolo Luca è un bambino e proprio come un ragazzino possiede la pura e serena disillusione per prescindere da questo genere di cose.

Mentre chiude la tv, il primo pensiero che balenò nella mente di Laura fu “mio figlio non crescerà mai in questo modo”. Pronunciò quel giuramento nei suoi pensieri, con la stessa solennità che si vede nei tribunali delle serie tv americane.

In una città come Mantova questo genere di rischi ovviamente non esistono, ma come si sa, l’istinto di una madre s’impone sempre sulla ragione, quando si tratta di proteggere i propri figli. L’immagine di Jusef non accennava minimamente a voler lasciare i suoi pensieri e nascosta dietro lo stipite della porta della stanza accanto, guardava Luca e nel contempo si chiedeva quale uomo può mai nascere da un ’essere’ che fin da piccolo ha imbracciato un’arma del genere? Quale uomo può mai evolversi da un bambino la cui infanzia è stata sacrificata per fare i conti con le vili leggi della rivoluzione? Lei non lo sapeva e non intendeva certo scoprirlo, perché l’aspettativa di una tragica risposta la terrorizzava a morte.

Sicuramente vi sono molti motivi per i quali la guerra è sbagliata, anche se si tratta di una lotta per la libertà. Tuttavia, c’è un momento in cui il suo stato di aberrazione raggiunge l’apice più alto, ed è proprio quando viene annientato il bambino, per fare dell’essere umano direttamente un soldato pronto a morire per la causa, anche se si tratta della libertà, è lì, in quel preciso istante che la guerra compie l’eccidio più efferato: annienta il bambino sia nel corpo che nell’anima.