Un tono gentile è quanto ricordo e quanto mi viene da dire quando penso alle nostre conversazioni. Mai un trasalimento di collera ma sempre un tono gentile e comprensivo, come quello di un padre che insegna e rimprovera placidamente il figlio, con il preciso intento d’insegnare.

Quanto vi è fuori, forse, non rispecchia ciò che vi è dentro, perché alle volte basta poco per perdere la via e ci si rende conto che è troppo tardi solo quando è tutto finito. Come trovarsi nel bel mezzo di una tempesta, intenti a combatterla e a resistergli pur di navigare dentro di essa, ci si dimentica quando è iniziata e ce la ricordiamo solo dopo, una volta che è tutto finito. Poi arriva: quel sospiro profondo tipico di quando si giunge all’ultimo gradino di una salita e la vista diviene più limpida, svelando i danni e la devastazione che la tempesta si lascia alle spalle. Nessuno ci pensa mai che nonostante tutto si può sempre ricominciare, forti di nuovi punti di vista ed una tempra più resistente.

Ti scrivo perché non ho dimenticato la tempesta e non dimenticherò mai il tempo in cui navigammo insieme: compagni d’arme e fratelli, di sicuro non nel sangue, ma di certo nella mente e nello spirito. Dovunque tu sia, ti prometto che non dimenticherò mai chi siamo stati e sarò sempre dedito a ciò che potremmo ancora essere. Non abbiamo scelto questo destino ma ne siamo coinvolti a nostro discapito, ed ho la netta sensazione che, alle volte, voglia opporsi di proposito. Forse non fa altro che bacchettarci come ad intimare di non abbassare mai la guardia. Voglio pensare che sia così perché, credere il contrario vorrebbe dire vivere in un oblio di rassegnazione che famelico e crudele divora ogni cosa.

Ti scrivo per farmi forza e darti forza. Forse credi di non averne bisogno e probabilmente hai ragione. In tal caso ti chiedo di portare pazienza e lasciare questo povero illuso di adagiarsi un altro poco nella sua idiozia. Forse memore di quei falò e della spensieratezza nostalgica dell’età, forse perché non posso fare a meno di alimentare quella speranza che un giorno, sicuramente lontano, io e te, torneremo ad essere fraterni e dediti l’uno all’altro come si conviene a due fratelli d’arme.

La verità è una sola: mi manca il mio amico. Saperti rapito e prigioniero consapevole, mi fa piangere il cuore. Non avere alcun potere di portarti pensiero senza essere inopportuno, spezza il mio spirito. È la speranza l’unica cosa che mi rimane: una sostanza rappresa e viscosa che oramai raggrumata si attacca all’anima, infettandola di vivide illusioni, di un probabile futuro ispirato dai bei ricordi.

Ora ti lascio andare e non so se mai ti capiterà di leggere queste righe. Forse è meglio che ciò non accada mai o magari è l’unica cosa che farà davvero la differenza in ciò che ci riserva il futuro. Lancio questa moneta in aria sperando che ne esca fuori “Testa” e prima di lasciarti, mi arrogo la presunzione di darti un consiglio chiedendoti ancora una volta di portare pazienza. È più che altro una speranza.

Quando hai un dubbio, un rancore, un biasimo o semplicemente un’arrabbiatura su ciò che siamo ora, guardati indietro e non dimenticare, perché quando non diamo adito alla memoria di chi siamo stati, cediamo all’annichilimento e cessiamo di essere ora e adesso.

Ti abbraccio forte, con il cuore e con il pensiero.

Ora e per sempre, tuo fraterno amico

A presto