Category: Racconti … Frammenti


Ricordo quell’estate come se fosse ieri. Non mi sto riferendo a momenti specifici, bensì alle sensazioni, quelle che rimangono ad oggi incise nella mia memoria, come fosse fuoco sacro su di una pietra ancestrale, parole proiettate verso un eterno e piccolo universo concentrato dentro il cuore di chi c’era.

Era il 2006, l’anno dei mondiali di calcio. L’Italia vinse quel mondiale e per la prima volta, dopo 24 anni, fui testimone di questo evento e vidi l’intera nazione unita in un unico coro, una voce sola che intonava, seppur senza usare le parole, Seven Nation Army di White Stripes. Tutta la nazione era davvero unita e non è per niente una frase fatta perché si trattava di una sensazione chiara e distinta. La potevi respirare, la potevi sentire, ne potevi parlare e la potevi raccontare.

Era l’anno del primo lavoro con una vera busta paga. Un lavoro di merda, indubbiamente, ma era comunque la prima volta che si poteva rispondere al telefono “sono a lavoro, ti richiamo”. Era l’anno delle prime ferie e anche se non retribuite, andava bene lo stesso. Si aveva la sensazione che tutto fosse in equilibrio e protèsi verso una vita da persone adulte.

Poi naturalmente c’era lei, l’Estate, quella dei ricordi indelebili. L’estate con la “E” maiuscola, quella che a quasi tutti capita almeno una volta nella vita. Quell’estate che non si dimentica mai. Per me era ed è, l’estate del 2006.

Vivido è il ricordo di amicizie finite con una lite furibonda ed altrettante riscoperte e consolidate come fossero vecchie alleanze che per errore furono accantonate.
Amori che finivano e una fratellanza si stava rinvigorendo, per divenire duratura ma aimè non eterna. Amici e fratelli che venivano da lontano, da una Torino che per noi sembrava essere sulla luna e che, solo per quell’estate, sembrava invece di averla dietro l’angolo.

Era l’estate del tramonto alle nove di sera, delle insalate di pomodoro per cena e di Happy Days alla tv. Dell’odore di gelsomino appena prima e subito dopo il tramonto e del profumo di legna bruciata al pomeriggio. L’estate degli amici che partivano in treno, degli abbracci e degli “arrivederci” detti in lacrime, per poi rivederseli spuntare all’improvviso e scoprire che sono “saltati giù dal treno” in una fermata pochi chilometri distante, tutto perché, sempre in lacrime, non ebbero il cuore di partire troppo presto. Il cuore prese una decisione da dittatore: prolungarono le ferie di una settimana, mandando a quel paese gli impegni di una quotidianità che impietosa li avrebbe comunque li attesi al varco di un lungo inverno.

Quella fu l’estate di magia, fedeltà e mistero, misticismo e fratellanza. L’estate di amori sussurrati non troppo forte, con la paura di farli svanire dietro il sipario di un delicato equilibrio.

L’estate in cui una settimana in più sembrò durare un mese e si ebbe l’impressione che la legge cosmica della relatività, affascinata e compiaciuta, decise una volta tanto, di mettersi da parte, per farci un dono, sentendo di essere privilegiati dall’esistenza stessa, perché in fondo era così che ci sentivamo solo che l’ebrezza di essere “Noi”, anestetizzava l’anima così tanto da non farci sentire l’inevitabilità del tempo ma solo l’inebriante sorriso del destino che in quei giorni aveva occhi solo per noi.

Era lei, l’estate della radio e delle trasmissioni libere. Di gente che voleva metterci il bavaglio e far tacere la nostra ribellione morale, ma orgogliosi e a testa alta, vedevamo tutti gli “adulti” fallire clamorosamente davanti all’impeto di chi non ha orecchie per regole vetuste e ferruginose.

Eravamo liberi, questa è la verità. Una libertà tanto assordante che all’epoca non riuscivamo nemmeno a sentire quanto fossimo fortunati. Eravamo innamorati della nostra amicizia e non lo sapevamo e ad oggi, per chi ha memoria di quei giorni, è triste vedere qualcuno di quei fratelli che al contrario ha dimenticato.

Era l’estate in cui sapevamo bene chi eravamo e sapevamo bene quale fosse la nostra direzione, cioè nessuna e andava bene così. Una vera e propria direzione non serviva. Bastava sedersi al tavolo di un bar a bere birra, ridere e farci beffe del mondo che non stava a guardare perché geloso di noi. Bastava così poco per capire che era tutto perfetto così com’era.

Dal canto mio, non dimenticherò mai quell’estate. Un’estate di quelle tanto rare che non scriverne neanche una parola, vuol dire fare peccato nei confronti di chi invece non potrà mai goderne veramente e non c’è alcun motivo di provare invidia se non la si è mai vissuta, perché queste righe vogliono essere un dono a te che stai leggendo, chiunque tu sia.

Ti faccio dono di quelle emozioni, quei tramonti vissuti e ammirati nell’estasi del crepuscolo e dall’acqua tiepida del mare ed ogni singola alba, ninfa e testimone di giovani figli di Dioniso che di assopirsi non né avevano intenzione alcuna. Di quei falò fatti di risate, birra, vino e follie ululate alla luna, ho ricordi che custodisco gelosamente perché di privarmene sarebbe come strappare via un pezzo di me.

Quindi, lettore sconosciuto, leggi pure queste righe, vivi e immagina quei momenti. Assaporali come un raro nettare proprio come ho fatto io molto tempo prima. Usale, se vuoi, per poter riconoscere i tuoi momenti e falli tuoi. Trova i tuoi compagni, i tuoi amori… trova la tua Estate.

Per quanto riguarda me, l’Estate del 2006, non la dimenticherò mai e la porterò sempre con me. Non dimenticherò mai chi eravamo e mi piace pensare che un giorno, forse vicino o molto lontano, chissà, torneremo ad essere quelli che, nell’Estate del 2006, erano una cosa sola.

Distintamente sento il rumore che fa la vita. Vita, vita … quante volte avete visto o letto un qualcosa che inizia con questa parola. Io troppe. Siamo stati capaci d’ inflazionare una semplice parola dal significato più profondo dell’universo stesso, un significato così ampio da poterlo rinchiudere relativisticamente nello spazio di quattro lettere.

Sto esagerando? Vero, lo so. Ma cosa pretendete dopo tutto? Sono più di quattro anni che non metto piede in questo posto ed è un po’ come quando entrate in una vecchia stanza che fino a qualche giorno fa ignoravate: sapevate benissimo che era li, cosa conteneva e a cosa serviva, ma non ci entravate. Non vi occorreva nulla che fosse contenuto in essa. Una soffitta piena di cose che non butteremo mai via e che in ogni caso non useremo mai, fino a quando un giorno, qualcuno o qualcosa riaccende quella vecchia lampadina e vi riporta alla mente quegli scatoloni pieni di ricordi. Senza che ve ne rendiate conto, vi trovate a ravanare dentro i cassetti per vedere dove diavolo avete messo le chiavi: “forse sono qui? Ah no! Forse le ho messe vicino alla cassetta degli attrezzi!”. In fine saltano fuori. La mente, come la casa, non ruba, nasconde.

Una figura retorica calzante, non trovate? A me piace, a dire il vero. In fondo siamo tutti un po’ nostalgici. Vecchi marinai che alla fine non hanno più voglia di prendere il mare, ma si ritrovano in un modo o nell’altro sul ciglio della scogliera a fissare l’orizzonte, ripescando dai ricordi vecchie avventure (o disavventure) passate ai famigerati “bei tempi”. Infatti, per alcuni, quell’orizzonte può essere chiuso in una scatola oppure in un blog stantio che nonostante l’incuria è rimasto lì, fermo ad aspettare che l’idiota in questione si decida finalmente a rimettersi a rigurgitare parole sulle sue pagine. Ora basta però: ce ne sono di cose da raccontare e la vita è proprio questa … per lo meno così dicono.

Un appartamento a TriBeCa e una finestra dalla quale guardare il quartiere da una strada all’altra. Lo sguardo rimaneva fisso sulla strada mentre in mano teneva una coppa di scotch pregiato da settantacinque dollari la bottiglia. Osservare la città alle tre del mattino, si ha la sensazione di sbirciare dal buco di una serratura per spiare una bella donna. New York dava proprio questa impressione. Era una bella donna ma la verità era un’altra: oramai si era tramutata in una baldracca che mendica un penny in più per un’altra ora di attenzioni. È stato Dominc a ridurla così e quelli come lui e prima di lui. Tutti loro hanno reso possibile questo degenerante mutamento verso il declino.

Rimane in piedi davanti a quella finestra a porsi una domanda che mai avrebbe creduto di doversi porre fino a qualche anno prima: “a cosa serve tutto questo?”. Ed un’altra segue subito dopo con un mezzo sorriso sulle labbra: “chissà se sono il primo a chiederselo?”

Quando aveva diciassette anni, sembrava tutto a portata di mano, ed avere il cognome di “Morello” significava avere una chiave universale per tutta la città. Cristo santo, per un periodo aveva l’impressione di essere lui il sindaco di New York. Il sogno finì non appena lui e “i ragazzi” (null’altro che una pidocchiosa e piccola banda di quartiere) finirono per incendiare un magazzino pieno di vestiti: merce di contrabbando che il padre fece importare direttamente dall’Italia. Quella stessa notte, Dominic se ne beccò tante da non uscire di casa per una settimana. Era quello che aveva imparato da suo padre Richard. Lui diceva che “ogni errore si raddrizza solo con una sana passata di legnate. Solo così s’imparano le lezioni giuste per vivere in questo mondo”.

Le lezioni le imparava eccome. In quei momenti, Dom, giurava vendetta con lo stesso fervore che può avere un ragazzino di quell’età, ma subito dopo, l’ammirazione per la forza ed il rispetto che riceveva il padre da tutto il quartiere, travalicavano ogni tipo di sentimento di ribellione, per poi divenire una vera e propria forma di emulazione.

Ora Dominic è cresciuto, ed ha preso il posto del padre. Alcuni dicono che sia un autentico bastardo, chi invece dice che è una bestia affamata di denaro, altri lo definiscono addirittura un ’fottuto genio’. Si guardava allo specchio ogni mattina e mentre si aggiustava il nodo alla cravatta, nel riflesso vedeva un re. E proprio come l’Enrico V di Shakespeare, si trovava sulla breccia.

Qualche giorno prima, Robert, il figlio di Dominic, tornò a casa da scuola con una sospensione per aver pestato a sangue un ragazzo della sua stessa classe. Francis Coleman si chiamava: a quanto pare aveva osato infangare il nome del padre dicendo che era ’uno sporco mafioso’. Robert gli si fiondò addosso incrinandogli due costole. Dominic lesse la comunicazione e ne rimase orgoglioso fino a quando non si voltò verso Rosy, sua moglie e la sorprese a piangere. Fu lì che tutto cambiò. Fu lì che si rese conto che la storia si stava ripetendo.

Quel meccanismo perfetto che dominava la sua vita sembrava essersi improvvisamente inceppato. Tutto il potere ed i soldi ottenuti fino a quel momento a che cosa sono serviti? La maggior parte del denaro è andato in tasca agli avvocati, più spietati della mafia russa e più astuti dei cartelli della droga colombiani. Ha dovuto affrontare ben sedici processi, una condanna di cinque anni per aggressione a pubblico ufficiale e una denuncia di tentato omicidio archiviata due settimane prima per insufficienza di prove. Questo è il suo mondo. Pensava che, di lì a pochi anni, sarebbe morto sotto i colpi di chissà quale tizio mandato da chissà quale rivale d’affari. “È solo questione d’affari” dicono. Si dice ancora “… nulla di personale amico! Gli affari sono affari”. Tutto questo mondo che a diciassette anni sognava così tanto, tutta questa realtà di ricchezza ed opulenza guadagnata con il sangue, non era diversa da quella di coloro che l’hanno ottenuta scatenando guerre e promuovendo genocidi. Le sue mani sono sporche di sangue tanto quanto le loro e l’unico retaggio che gli restava era un futuro breve e uno altrettanto corto per suo figlio. “È davvero questo che voglio?”, si chiedeva, “oramai il mio futuro è corrotto ed il mio nome sarà ricordato solo negl’atti processuali”.

La paura gli balzò addosso e sopraggiunse come un predatore in agguato. I suoi pensieri si catapultarono verso il futuro facendogli perdere quasi l’equilibrio. Si trascinò per la stanza fino a quando non giunse dinanzi allo specchio. Levando gli occhi oramai languidi dalle lacrime, fissava la sua immagine, ed ebbe la vaga impressione di vedere non più se stesso, ma quella del figlio tra vent’anni. Era lì, davanti a lui, vestito con un completo grigio proprio come il suo, una nove millimetri i mano, e sorrideva proprio come Dominic alla sua età. Avrebbe condotto quella vita al posto suo. Lui aveva venduto la sua anima per avere tutto: soldi, macchine, case, donne … tutto! Ma ora non era disposto a vendere quella di Robert. In nome di cosa poi? Del rispetto? Il rispetto di chi? Per cosa?

L’orologio digitale sul tavolino segnava le 04:30 e sedendosi dinanzi ad esso, prese un foglio di carta ed una penna e cominciò a scrivere. Scrisse una lettera e la indirizzò a Robert, sperando che almeno un giorno avrebbe compreso il significato di quella notte, e che le sue scelte si fossero indirizzate verso una strada quanto meno differente dalla sua, una strada giusta, una strada libera dal dubbio e dal tradimento.

Dopo mezz’ora circa, si alzò dalla sedia e aprì il cassetto del comodino che stava di fianco al suo lato del letto. Allungò la mano verso la calibro trentotto che stava sul fondo, tolse la sicura e tutti i proiettili, meno uno.

Si piazzò davanti allo specchio e poco prima di premere il grilletto, guardò se stesso negl’occhi e pensò all’ultima riga della lettera indirizzata al figlio, dove vi era scritto: “… perché nessun prezzo vale la tua anima, non dimenticarlo mai. Ti voglio bene ragazzo.”

AK-47

Laura guarda suo figlio Luca giocare ai piedi del mobile che tiene la tv, mentre con una mano dondola il più piccolo Giacomo nella culla, proprio lì affianco. I cartoni animati erano finiti da qualche minuto e ancora oggi si domanda perché non si alzò subito a cambiare canale, mentre il tg mandava le immagini della rivolta libica. Suo figlio era ancora sul pavimento a pancia in giù: giocava e non prestava minimamente attenzione alle immagini sul televisore.

Laura rimane stregata dalla televisione e si chiede, quasi inconsapevolmente, se la guerra sia giusta o sbagliata per quegli uomini e donne che hanno deciso di prendere in mano le loro vite e combattere. C’è chi dice che nessuna guerra sia giusta e chi invece è convinto del contrario. Francamente Laura non sa proprio cosa pensare. Guarda i telegiornali e si rende conto che ogni rotocalco televisivo, di qualsiasi fazione politica esso sia, riporta la notizia più o meno con la stessa enfasi fino a quando non accade qualcosa che scuote il cuore di una madre come poche altre al mondo riescono a fare.

Il piccolo Luca, che fino a poco prima giocava sul pavimento, alza gli occhi verso lo schermo della tv e si chiede ad alta voce, se può avere anche lui lo stesso fucile che tiene in mano quel ragazzino dalla pelle scura, che mostrano in tv.

Come ogni ragazzino che vuole giocare alla guerra, crede che sia appunto un giocattolo (fortunatamente): né lui né Laura sanno che quello che tiene in mano il piccolo Jusef, 13 anni, è un autentico AK-47, comunemente detto Kalašnikov, che ha una cadenza di tiro pari a 600 colpi al minuto e che viene utilizzato proprio per la sua caratteristica propensione a non incepparsi mai. Un’arma che non ha colpe e che non giudica se non per mano di chi lo imbraccia, e di chi decide che un bambino di 13 anni abbia la maturità necessaria a dispensare morte. Anche il piccolo Luca è un bambino e proprio come un ragazzino possiede la pura e serena disillusione per prescindere da questo genere di cose.

Mentre chiude la tv, il primo pensiero che balenò nella mente di Laura fu “mio figlio non crescerà mai in questo modo”. Pronunciò quel giuramento nei suoi pensieri, con la stessa solennità che si vede nei tribunali delle serie tv americane.

In una città come Mantova questo genere di rischi ovviamente non esistono, ma come si sa, l’istinto di una madre s’impone sempre sulla ragione, quando si tratta di proteggere i propri figli. L’immagine di Jusef non accennava minimamente a voler lasciare i suoi pensieri e nascosta dietro lo stipite della porta della stanza accanto, guardava Luca e nel contempo si chiedeva quale uomo può mai nascere da un ’essere’ che fin da piccolo ha imbracciato un’arma del genere? Quale uomo può mai evolversi da un bambino la cui infanzia è stata sacrificata per fare i conti con le vili leggi della rivoluzione? Lei non lo sapeva e non intendeva certo scoprirlo, perché l’aspettativa di una tragica risposta la terrorizzava a morte.

Sicuramente vi sono molti motivi per i quali la guerra è sbagliata, anche se si tratta di una lotta per la libertà. Tuttavia, c’è un momento in cui il suo stato di aberrazione raggiunge l’apice più alto, ed è proprio quando viene annientato il bambino, per fare dell’essere umano direttamente un soldato pronto a morire per la causa, anche se si tratta della libertà, è lì, in quel preciso istante che la guerra compie l’eccidio più efferato: annienta il bambino sia nel corpo che nell’anima.

Stefano è emigrato al nord in cerca di lavoro. Si trova bene, perché è stato assunto quasi subito e nonostante tutto a lui piace stare in una città come Torino. È vero che il clima non è sempre sereno come giù in Calabria, non c’è neanche il mare e in fondo gli manca l’odore della salsedine d’inverno e il rumore delle onde in lontananza; tuttavia passeggiare su è giù per via Garibaldi nel tempo libero, è piacevole.

La fabbrica dove lavora gli da uno stipendio di mille euro al mese, che nonostante tutto non basta. Riesce a pagare l’affitto è vero, ma le spese per mantenersi richiedono “sforzi ulteriori”, per questo fa gli straordinari. Oltre tutto, non appena può, aiuta un suo amico siciliano in qualche lavoretto da idraulico.

Quando la notte va a dormire presto, se ne sta lì sul letto a fissare il soffitto del suo bilocale da settecento euro al mese macchiato dall’umidità, e la prima cosa che pensa dopo essersi assicurato che il disinfestatore abbia fatto bene il suo lavoro, è l’alzataccia alle quattro e mezza del mattino, per presentarsi alla fermata dell’autobus in balia dei meno dieci gradi di fine gennaio per arrivare puntuale.

Poi, i ricordi prendono il sopravvento, volando al giorno in cui prese quella decisione, dicendo a tutti che partire era la cosa migliore, che li dove stava, non c’era nulla da che gli assicurasse una futuro (il che purtroppo era vero) e che al nord è tutta un’altra vita. Guardandosi indietro, non è più tanto sicuro d’aver fatto la scelta giusta. Ha un lavoro, certo, ma ne deve fare altri per poter “sopravvivere”. Il costo di qualsiasi cosa è quasi il doppio di come era giù al sud, ed i divertimenti sono solo un vago ricordo di gioventù, mentre ora a trentacinque anni suonati, vive da solo e lo fa per lavorare.

Per non parlare poi delle persone con le quali deve convivere tutti i giorni: alcuni sono convinti che Stefano provenga da una terra dove basta girare per strada per beccarsi una pallottola vagante come nel Texas di metà ‘800 o nella Cecenia del ’91, altri invece non si interessano minimamente alle sue origini, forse perché sono intelligenti o più semplicemente si limitano ad ignorare per pigrizia.

Una volta un amico durante una conversazione disse: “Ah, sei calabrese! Brutta zona.” Stefano quasi ingenuamente gli chiese: “Come mai?” e costui rispose: “Beh, li da voi ci si spara per strada, si sa.” e Stefano con garbo replicò “Guarda che ti sbagli.

Ma si, è così.” rispose il tizio con sufficienza. Stefano era irritato da tanta superficialità, ma dopo un po’ si rasserenò perché sapeva con chi stava parlando, ed infatti, poco dopo, gli pose una semplicissima ma disarmante domanda: “Ma tu ci sei mai stato in Calabria?

No” rispose. E Stefano continuò: “Allora, perdonami, ma come sai che ci si spara in mezzo alla strada?“. Il tizio si fermò a pensare, distogliendo a fasi alterne lo sguardo quasi a voler dire ‘tranquillo che ora ti rispondo io’. Inutile dire che non fu così. Poi si fissarono negli occhi e il tizio cambiò espressione assumendo quella di chi ha capito di aver detto una minchiata e continuò: “Beh, me l’ha detto un amico, perché suo cugino è passato da Reggio Calabria per andare a Messina a fare una consegna.

Stefano scoppiò a ridere per almeno un quarto d’ora. Dopo quella discussione, lui e il tizio, tale Marco Bigal, divennero grandissimi amici e quest’ultimo dovette ricredersi quando su invito trascorse quindici giorni in ferie nel paesino dov’è cresciuto Stefano.

Tornando nel suo appartamentino, quel soffitto era lì ad aspettarlo ogni notte, come fosse un confidente fidato che lo aiutava a riflettere su cosa fare e come. Questa volta stava riflettendo sulla notizia appresa quel pomeriggio: Giuliano aveva perso il lavoro di idraulico, ed era costretto a tornare a Marina di Modica in Sicilia. Forse avrebbe ritentato, forse no: ora come ora però, era costretto a tornare indietro e presto anche Stefano si sarebbe trovato nelle medesime condizioni.

Dicono che c’è crisi. Dicono anche di stare tranquilli perché sta per terminare e la ripresa è ormai in corso. Dicono tante cose. Stafano sapeva e sa, che non è così, al contrario. Ciò che gli accade attorno, quello che vede, è diverso da quello che si dice al TG1, al TG2 o nelle trasmissioni di tribuna politica: la verità è che, chi è andato su per lavorare, torna giù, chi è nato al nord e sta lavorando, andrà in cassa integrazione per finire poi all’angolo di una strada, con la mano tesa verso un passante che gli negherà due euro e che probabilmente, il mese successivo, finirà seduto proprio li affianco a lui.

Nel frattempo, Stefano si tiene la nuca con le mani, affondando su quel maledetto cuscino che lo tormenta da qualche settimana causandogli una fastidiosa cervicale; con lo sguardo verso l’alto pensa che la crisi è tutt’altro che finita o in via di remissione: è convinto, anzi sa … che è appena iniziata.

Manhattan, 16 dicembre 1986, ore 06:37 AM

Mi addormentai con quel cognome che mi martellava nella mente. “Frost”. L’avevo già sentito e dentro di me sentivo di tralasciare un particolare importante, fino a che non sentii il metallo gelido della canna di una calibro 38 poggiarsi sulla mia fronte, seguito dal rumore tipico del cane che si arma. Non avevo ancora aperto gli occhi e prima di farlo pensai “Cristo santo! Chi ben comincia …”
Aprii gli occhi e mi trovai la bella Dhalia dai capelli rossi sopra di me con la sua trentotto pronta a ridipingere la tappezzeria con le mie cervella. Così cercai di mantenere la calma e le dissi.
« Ammetto d’aver pensato a noi due “io sotto e tu sopra” ma non era proprio così che l’avevo immaginata.»
Lei non mi rispose e mi guardava con lo sguardo di chi si stava preparando per anni a fare una cazzata del genere. Certo se fossi morto nessuno avrebbe sentito la mia mancanza e sono quasi certo che al distretto avrebbero festeggiato con una cassa di birra e una gara di scoregge in mio onore.
« Non mi hai riconosciuta.» mi disse. Dal tono mi sa che avrei proprio dovuto riconoscerla.
« Temo che la vodka di ieri sera abbia sortito il suo effetto troppo in fretta e troppo bene.» Cercai di sdrammatizzare ma lei non aveva l’aria di chi volesse ridere. La trentotto che mi puntava contro sottolineava chiaramente questo concetto.
« Piantala!!» Urlò « Non è possibile! Non puoi aver dimenticato!»
Mi mossi lentamente per appoggiarmi sullo schienale del divano e lei si discostò tenendo ben salda la mira dritta sulla mia testa. Non era proprio il caso di mettersi a cazzeggiare, ma dovevo fare qualcosa.
“Frost. Frost.” Dannazione! Dove ho sentito questo cognome? Qualche marito geloso che ho beccato a sbattersi la segretaria o era ai tempi del distretto? Più mi sforzavo più mi rendevo contro di essere nella merda fino al collo e la situazione non mi aiutava minimamente a mettere a fuoco. Improvvisamente, però,  il discorso deviò, cambiando tutte le carte in tavola.
« Com’era che dicesti all’epoca?» mancava solo che si mettesse a ringhiare « Si avvocato, posso affermare d’avere visto l’imputato vicino alla buick della vittima. Si vostro onore, lo ricordo bene! Erano le ventidue e diciassette! Sei minuti poco dopo il decesso della vittima. MA COME SIAMO PRECISI!!!»
Non potevo crederci. I ricordi si collegarono improvvisamente tra loro. Il processo Freeman. Erano passati secoli. Fui chiamato alla sbarra dopo aver presentato nuove prove, come testimone esterno. Il figlio del vice procuratore Freeman era stato assassinato in un parcheggio da un tizio con il quale, qualche giorno prima, aveva avuto uno screzio in una tavola calda, poco fuori città.
Il giovane Henry, figlio di David Freeman, non sapeva che la merda che aveva sbattuto al tappeto in quella tavola calda, aveva dei precedenti di aggressione e tentato omicidio, infatti, quattro giorni dopo, Frost, si appostò in un parcheggio con un fucile a pallettoni, aspettando che il rampollo di casa Freeman salisse in macchina. Quando ciò accadde il tizio sbucò fuori all’improvviso e gli scaricò tutte le cartucce addosso. L’abitacolo di quella Buick era diventato un colabrodo, nel vero senso del termine. Dovettero riconoscere il ragazzo dalle impronte dei piedi.
Io mi trovavo li proprio per lui perché la moglie di un noto avvocato se la faceva con Frost nei fine settimana e il marito mi aveva ingaggiato per procurarmi delle prove. Andò così infatti: le prove me le procurai ma per il caso sbagliato. La mia testimonianza oculare e professionale fu decisiva. Fui chiamato a deporre come test a favore dell’accusa e Frost fu condannato proprio in base a quella testimonianza. Ne parlarono per mesi anche all’estero.
Ora si che avevo messo a fuoco la persona che mi stava di fronte. Dhalia Frost, sorella minore di Garlan Frost: Colpevole d’omicidio premeditato e condannato a morte con verdetto unanime. Ora mi era impossibile non ricordare! L’esecuzione era avvenuta due settimane fa: ed ecco spiegato il perché quel maledetto cognome mi risuonava in testa come una marcia militare.
Così, giunti a questo punto, lei continuava a fissarmi come se mi volesse incenerire con lo sguardo, e disse:
« Io so chi sei.»
« Bene, ora che abbiamo completato le presentazioni, possiamo evitare che questa mattinata finisca in un casino irreparabile?»
« Samuel Skennon.» Muovendomi lentamente, alla fine riuscii a mettermi seduto sul divano e lei continuò a parlare sparando cazzate a tutto spiano. « lei è condannato a morte per spergiuro e inadempienza dei doveri professionali.»
« Dhalia, tuo fratello era davvero dove ho detto che fosse.»
« ERA LI PER CASO!!» Si mise a strillare come una pazza e forse era un bene per me. Poi digrignando i denti disse:
« e tu, alcolizzato figlio di puttana, l’hai incastrato.»
« Io non ho incastrato nessuno, Dhalia.» I miei argomenti non giocavano a mio favore e forse era meglio che io chiudessi il becco … ma non lo feci. « la balistica confermo che fu il fucile comprato da tuo fratello a sparare e i residui di polvere da sparo comprivano Garlan dappertutto, così tanto che quando gli misero il reagente si illuminò come a natale. Per dio, anche il trafficante d’armi fu arrestato e ha confessato tutto.»
« Avete falsificato le prove … »
Cominciò a sproloquiare e forse era il momento di provare a salvare la pellaccia. Dovevo solo trovare il momento giusto.
« La matricola del fucile era brasata e la pallottola ce l’avete messa voi. Voi avete ucciso mio fratello e io ora ammazzo te, lurido bastardo.»
Lei puntò la pistola e che quello fosse il momento giusto o meno, non aveva importanza: dovevo fare qualcosa.
« Anche questa bellezza è di contrabbando o l’hai comprata regolarmente?» Le chiesi.
« Naturalmente, contrabbando» rispose sorridendo « e indovina un po’ la matricola?»
« Raschiata via, immagino.»
« Acuto per essere un alcolizzato!»
« Grazie mille.»
« Non c’è di che.» Poi mi fece un cenno con la testa e disse:
« Il condannato ha qualcosa da dire prima che venga eseguita la sentenza?»
« In effetti una cosa ci sarebbe.»
« Non esitare ti prego, muoio dalla curiosità.»
« Quella roba che hai in mano, funziona meglio senza la sicura.»
Dhalia si sporse d’istinto per controllare la sicura che invece era al suo posto, mentre io con uno scatto fulmineo afferrai il cuscino del divano e con un colpo la disarmai gettando la pistola in terra. Lei riuscì a premere il grilletto e io a colpirla con un diretto in pieno viso. Le ruppi il labbro e lei cadendo a terra sbattè la nuca contro il tavolino restandoci secca. Pensai “ora chi lo spiega a quell’idiota di Marlow che è stata legittima difesa”. Il fatto è che non aveva importanza perché la sensazione di umido che avvertì sul fianco sinistro parlava da se. Quella troia mi aveva colpito. Non posso credere che debba finire così: un bicchiere di vodka e una scopata mancata. Una morte da stronzo per uno stronzo. Sembra la fine di una barzelletta del cazzo … come la mia vita d’altronde.
Mentre sono a terra e sto per svenire, la radio sveglia si accende e mi si stampa in faccia un sorriso idiota quando sento il ritornello di Don’t Fear the Reaper dei Blue Oister Cult.

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Un breve racconto Noir sviluppato da una bellissima idea di Roberto Pedullà. Lo ringrazio per avermi messo a disposizione la sua fantasia e per avermi permesso di mettere mano in una sua opera, sulla quale mi sono appoggiato per tirare fuori quello che avete avuto la gentilezza di leggere e che mi auguro abbiate gradito. Grazie Robi, sei un grande!!

Manhattan, 16 dicembre 1986, ore 02:25 AM

È una vecchia abitudine che non riesco a scrollarmi di dosso quella di guardare in terra mentre cammino. È come se volessi assicurarmi di mettere i piedi uno davanti all’altro nel modo giusto. Come ogni sera torno a casa e entrare a Wilky Park a notte fonda significa sacrificare la sensibilità delle dita. Intorpidite da quella che altri non è che una notte gelida, le porto alla bocca cercando si scaldarle con il fiato ma serve a poco.
Il cielo sembra intenzionato a sganciare giù qualche granello di pioggia e dubito che aspetti cortesemente il mio rientro a casa. Approfittai del tragitto per riflettere un po’ ma con quella temperatura al di sotto dello zero anche in pensieri sembravno starsene rintanati per paura del freddo. Mi misi a ripensare alla serata al “Blu Oister Cult Night”.

Come al solito nel locale di Sarah suonava una canzone in particolare, Don’t fear the Reaper, e da qui si capisce la scelta del nome. Uscì dal locale con il morale simile ad un cane al quale è scappata la cena e mi accesi una sigaretta. Mi sistemai l’impermeabile e pensai “Cristo santo, sembra di stare ad un funerale li dentro!”. Iniziai ad incamminarmi verso casa e mentre pensavo a cosa avrei fatto per arrivare fino a domani, mi si accostò una donna. Non lasciava granchè alla fantasia e come puttana non era tanto male. Mi chiede se ho voglia di divertirmi: le rispondo che solitamente avrei acconsentito ma non era quella la serata giusta. Quella sera ne avevo avuta fin troppa di “compagnia”. La salutai con un cenno della mano e la lasciai senza dirle nulla.

Proseguendo passai per la 37° e ad ogni angolo della strada, sostava un barbone. Dormivano tutti ma davano l’idea di essere guardiani silenziosi della città. Sentinelle dormienti in una notte stanca e priva di aspettative. Una notte che sembrava volesse sussurrare all’anima stessa di chi era ancora sveglio “hei amico, lascia perdere. Non c’è nulla da fare. Pensa a tornare a casa. Va a dormire e se sarai fortunato, domattina riuscirai a svegliarti per rivedere un altro fottutissimo giorno.”
Di giorno sono ubriachi e se la prendono con il mondo intero. Strillano e inveiscono contro le sue regole. Storie vecchie … già viste, o almeno così credevo.
Ero quasi arrivato alla porta, stringevo nella tasca del mio impermeabile le chiavi dell’appartamento in affitto con due mesi di arretrato; probabilmente alla fine di questa settimana, Buch, così si chiamava quel ciccione infame del padrone di casa, mi avrebbe sbattuto fuori e io sarei tornato da mio fratello nell’oregon come al solito, per poi andarmene di nuovo e tornare ancora una  volta in questo buco di città.
Sentii dei passi avvicinarsi, proprio alle mie spalle. Non era un uomo, sembravano tacchi da donna. I passi si fermarono. Saranno stati, si e no tre metri da me. Così pensai di fare il magnifico ed esordii con: “Se vuoi il mio portafogli, ti consiglio di fare qualche altro passo, puntare la pistola alla nuca e il resto del lavoro penso tu sappia già come si faccia”. Mi voltai lentamente: prima con la coda dell’occhio e poi ebbi tutto il tempo per sentirmi un completo idiota per la frase che avevo appena detto.
Era forse la donna più bella che avessi mai visto in tutta la mia vita da pezzente: lunghi capelli rossi scendevano fino alle spalle. Rossi come le fiamme dell’inferno come se satana in persona si fosse armato di spazzola per sistemarli a dovere. Una pelle chiara e delicata da sembrare porcellana in quella notte gelida, e per finire, un viso d’angelo che tale non era. Pronto a condannare qualsiasi idiota che abbia l’incoscienza di perdere la testa per una donna del genere. Quelle labbra fecero scattare ogni campanello d’allarme, proprio quelli che ogni uomo sente quando si trova dinanzi ad una creatura come quella. Quelli che ogni uomo è pronto ad ignorare nella speranza di avere una fetta di paradiso per una singola notte. Io non ero da meno.

Rimasi lì a guardarla come un bambino guarda la sua prima bicicletta. Ero meravigliato del fatto che una cosa così bella potesse stare in un posto così squallido come Wickly Park a quell’ora di notte. Mi parlò e mi disse:
« Sto cercando un posto dove poter passare la notte …» la sua voce era musica.
Sono sicuro che uomini e diavoli perdono la testa al solo udire una singola parola rotolare fuori da quelle labbra. Prima di rispondere esitai e mi resi conto che in quel tono delicato si nascondeva un accenno di insicurezza e smarrimento. Poi continuò dicendo:
« Sa? Sono di passaggio e vorrei evitare di passare la notte in macchina, anche perché il riscaldamento è difettoso: prima scalda poi la centralina si attiva e manda in corto i comandi … »
Non la piantava di parlare: era adorabile come tremava dal freddo e gesticolava nervosamente mentre mi diceva le cose più inutili del mondo.  Poi intervenni io e dissi un’altra delle mie stronzate fuori luogo:
« Perché una bella donna come lei si trova a Wickly a quest’ora di notte? Potrebbe avere una delle migliori stanze del Palace solo sbattendo le ciglia al tizio della reception.»
Pensavo si sarebbe offesa invece mi sorrise e prese il mia sparata come un complimento e continuò dicendo:
« Diciamo che non amo i luoghi troppo sfarzosi. Mi mettono ansia e non riesco a prendere sonno e poi, diciamoci la verità … » Aveva ripreso a chiacchierare senza fiato, « più sfarzosi sono, più mettono paura. Anche perché … »
La interruppi subito.
« Vuole entrare?» Lo dissi mentre giravo la chiave nella toppa. Poi continuai dicendo: « La pensiamo allo stesso modo, sullo sfarzo intendo.»
Lei mi sorrise ancora e mi chiese: « Lei è mai stato al Palace?”.
« No perché?»
Scoppiammo a ridere come ragazzini al primo appuntamento ed entrammo nel corridoio che precedeva le scale. In quel momento pensai “Speriamo che quella vescica di merda non mi senta rientrare”. Alle volte Buch mette seriamente paura. Quel grassone sembra avere l’udito di un lupo.
Iniziammo a salire le scale e  messo piede al primo gradino mi girai verso di lei e le feci cenno di fare silenzio e che poi le avrei spiegato il perché. Accennò un sorriso mentre metteva le braccia conserte e saliva le scale adagio, pensai di avere avuto un culo formidabile e che dopo questa notte sarei potuto morire. Ma d’altronde, quante volte nella vita, un uomo, può vantarsi di aver avuto un’ospite tanto graziosa? A parte JFK, la risposta la conosciamo tutti.

Aprendo la porta dell’appartamento mi accorsi che in terra, vicino al battiscopa, stava passeggiando un bacherozzo, con disinvoltura lo schiacciai e lei, distratta dall’ambiente … pittoresco, non si accorse di nulla e voltando di scatto verso di me mi chiese se fosse tutto ok.
Io le feci cenno di si con la testa e con uno scatto di polso feci scattare quella stronzissima serratura che Buch aveva promesso di aggiustare già da quando presi in affitto quella topaia.
Entrato, gettai le chiavi di casa nel centrotavola in alluminio e tolsi il pacchetto di Benson dalla giacca prima di gettarla sulla spalliera della portona. Lei si guardava attorno e disse:
« Carino qui.»
« Scherzi? È una topaia.»
« Non hai visto l’ultimo appartamento in cui sono stata.» Disse « Credimi, a confronto casa tua è una suite presidenziale del Fairmont Hotel.»
« Beh, se lo dici tu, ci credo.»
Continuava a guardarsi attorno fino a quando non le chiesi se avesse voglia di bere e mi rispose:
« Solitamente non bevo a quest’ora ma se avessi uno scotch, con questo freddo, non lo rifiuterei.»
« Mi dispiace» ero realmente dispiaciuto « Solo Vodka.»
« Vada per la Vodka.»
Sistemai due bicchieri e lei mi disse di volere del ghiaccio nel suo così ne presi un po dal freezer e mentre le versavo il drink mi resi conto che stava appoggia allo stipite della porta intenta a fissarmi. Pensai “Cazzo, lo vuole proprio questo drink!”
Mi avvicinai e le porsi il bicchiere. Ci spostammo dalla cucina in salotto e dopo aver bevuto, presi il pacchetto e puntandolo verso di lei le dissi:
« Fumi?»
Mentre si serviva dal pacchetto presi la mia, la misi tra le labbra e l’accesi. Mi disse che non fumava da qualche anno e che di tanto in tanto si concede qualche piccola trasgressione. Fece un tiro lungo e profondo, dopo di che mi guardò e mi chiese:
« Che lavoro fai?»
Io sorrisi e risposi:
« Se stai pensando di sposarmi perché ho una casa e un lavoro, ti rispondo che purtroppo sei arrivata tardi»
« Ma che peccato. Ed io che mi ero fatta illusioni.» Stava allo scherzo. Mi piace.
« Mia moglie mi ha lasciato due anni fa proprio a causa del mio lavoro. Sai, le solite cazzate: sei poco presente ecc ecc …»
«Quindi cosa è successo?»
« Ha pensato bene di prendersi la casa e la mia cadillac per andare a vivere nel Maine con un ginecologo che si chiama Cliff.» Sorrise divertita e poi si presentò porgendomi la mano
« Comunque piacere, mi chiamo Dhalia. Dhalia Frost”. Frost, il cognome l’avevo già sentito da qualche parte ma, non riuscivo a mettere a fuoco.
« Tu ce l’hai un nome o devo chiamarti “l’uomo generoso incontrato all’angolo della strada?”»
La ricambiai con un sorriso e lei mi disse
« ho detto qualcosa di buffo?»
« Non è questo» continuai sorridendo « è che di solito sono io fare le domande.»
« Sei un poliziotto?»
« Quasi» Non so perché mi ero messo a fare il misterioso. Forse perché mi piaceva sul serio « Diciamo che preferisco lavorare in proprio.»
« Non ci credo! Un investigatore privato! Ecco la ciliegina sulla torta! Che giornata di merda.»
« Beh, proprio di merda non direi … hai un alloggio per stanotte.»
« Anche questo è vero.»
Mi propose un brindisi.
« Allora alle giornate di merda con il lieto fine?»
« Allora alle giornate di merda con il lieto fine.»
Spensi la sigaretta e andai a prenderle delle coperte per sistemare il divano del salotto. Per quella notte sarebbe stata la mia camera da letto. Le diedi da reggere il cuscino mentre sistemavo il mio giaciglio, e lei ne approfittò per continuare il suo interrogatorio:
« Non mi hai ancora detto come ti chiami.» le presi il cuscino dalle braccia e le dissi:
« Sono le tre e mezza del mattino. È troppo tardi persino per fare domande, anzi soprattutto … »
« Beh, la serata va di bene in meglio!»
« Credi?»
« Beh direi!» Lei inizio a camminare e girare intorno al divano mentre io ero ricurvo e intento a finire di sistemare le coperte « Sono riuscita a trovare un riparo per la notte nella casa di un investigatore privato gentiluomo e in più scopro che  oltre ad essere affascinante è anche misterioso.»
« Che vuoi che ti dica? Dalla vita bisogna aspettarsi di tutto.»
Lei mi guardò con quell’espressione del tipo “sei stronzo e non me la dai a bere”. Nemmeno io sapevo perché mi comportavo in quel modo e francamente non era da me. Forse perché ero troppo stanco e non avevo neanche la forza di riflettere, dopo tre birre, uno scotch e una vodka alle tre del mattino.
« Se hai bisogno di bere, li ci sono dei bicchieri, ma non posso assicurarti che siano puliti e splendenti.»
« Grazie dell’informazione.»
« Da quella parte c’è il cesso, e anche su quello non posso garantire la perfetta pulizia.»
« È già qualcosa.» disse lei.
« Se non ha altre domande tenente, la camera da letto è da quella parte e io avrei un divano che mi attende.» La accompagnai nella camera da letto e guardandola dissi:
« Dovrebbe essere tutto al proprio posto quindi, buonanotte.» Mi richiusi la porta della camera alle spalle e, anche se la porta era ben serrata , sentii chiaramente
« Notte notte.» con tono rassegnato. Poggiai la testa sul cuscino pensando di passare la notte in bianco, dopo di chè la vodka fece il resto.

[…]

La notte fa paura, è vero. Intimorisce forse perché la luce è poca, oppure perché di notte escono fuori i malintenzionati proprio come i ratti dalle loro luride tane. Può far paura per una serie di infiniti motivi ma solo uno di questi ha ragion d’essere per rinfrancare questo sentimento di timore e inquietudine: i denti aguzzi che la popolano, celati dietro quel velo di segretezza che oramai domina governi ed economie di mille nazioni, dai tempi delle prime civiltà.

Inutile dire che non mi riferisco a normali predatori ma ad un peccato che si muove tra la gente, che cammina e striscia senza respirare e che ciò nonostante è sempre presente. Ci si riferisce ad un essere che si nutre di vita per alimentare la propria immortalità. Non è così poetico alla fin fine? La vita che permette alla morte di poter “vivere”. Ha un ché di selvaggio … di primordiale!

Lasciate perdere quelli che dicono che l’immortalità non servirebbe a nulla. Ignorateli, perché vivere per sempre e perseverare negli anni e nelle epoche, percependo i giorni come fossero secondi e le settimane come fossero minuti, non ha prezzo tale da poter comprare o vagamente contrattare un dono simile.

La noia di cui parlano i filosofi della “breve vita”, come li chiamo io, non esiste nel mio mondo. Costoro sono dei truffatori. Sono dei ciarlatani! Piccoli uomini intenti a coniare alti concetti e teorie sull’intensità della loro altrettanto piccola e fugace esistenza, solo per sentirsi alla fine, vagamente rincuorati quando la morte giungerà per riscuotere il suo tributo.

Sono esseri così deboli e tristi.

Il loro essere fragili sembra quasi un insulto a colui che venerano come dio. (Di fatto c’è da dire che, a meno che costui non avesse intenzione di divertirsi, creare la razza umana non è stato decisamente il suo lavoro migliore.)

Da quando cammino in questa “non vita”, ho potuto assistere ad eventi d’in commensurata bellezza e fatalità. L’uomo li chiama “storia”, io li chiamo ricordi. Ho visto la guerra imperversare sul campo di battaglia di Sekigahara in Giappone, e le raffinate lame dei samurai conficcarsi nel fango e versare dell’ottimo sangue nel nome dello shogun. Nove anni dopo mi trovavo a spiare il vecchio Galileo che perfezionava ed usava per la prima volta il suo telescopio. Ricordo il momento esatto in cui l’impero asburgico e  quello ottomano scesero sul campo di battaglia. Rammento ancor’oggi il fischio delle pallottole sparate dei fucili dell’esercito confederato a Gettysburg e più tardi ancora quello dei fucili nazisti a Nizza. Non sarei in grado di ricordare tutto questo se avessi vissuto una vita di soli 60 anni e vi assicuro che la noia è l’ultima delle mie preoccupazioni. Nonostante tutto, le mie memorie non sono che una piccola parte di ciò che mi permette di apprezzare la mia immortalità.

Ricordo il giorno in cui appresi che la mia vita era finita: come un bambino rimasi stupefatto. Non dalla morte certo – non direttamente – bensì dalla mia indifferenza. Mi resi conto che il buio non era più tale ma divenne, ai miei occhi, oscurità … divenne tenebra.

Sapete, quando c’è troppa luce ci si acceca e quindi non si riesce a mettere a fuoco nello stesso modo quando c’è troppo buio. Io, invece mi trovavo in uno stato di tiepida e leggiadra penombra, dove tutto era chiaro, dove dettagli impercettibili facevano capolino dagli angoli e dagli anfratti più insospettabili. Avevo l’impressione che le ombre volessero parlare con me, come se volessero sussurrarmi il loro “benvenuto”.

L’immortalità: pensate ancora che sia così noiosa come dicono? Non credo proprio. Sono ancora qui! Un ventisettenne che vive da ben quattrocentotredici anni e la condizione umana non mi riguarda più, poiché sono divenuto qualcosa che di per se, si pone oltre le illusioni dettate dalla vanità umana. Ora un altro genere di vanità mi coccola e mi offre il suo tepore: la superbia tipica di un predatore, un assassino, il risultato di un male ancestrale consumatosi millenni orsono. Di fatto per alcuni sono un fratello tra i “fratelli”, per altri il peccato di Caino che si perpetra ancor’oggi. Tuttavia devo ammettere che … l’appellativo classico di “vampiro” mi inorgoglisce sopra ogni altra cosa. […]

199X GENERAZIONE HOKUTO

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Karla con la K

Cilanga per nascita, Juarense per crescita, Terrona per nozze, Parmense per geolocalizzazione ed Essere di frontiera per vocazione

Cicciocz

Kept you waiting, huh?!?

Angelo Nizza

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