Category: Serie TV


Nasce ufficialmente in data 16 settembre 2013, Cose Serie, il nuovo spazio dedicato alle serie tv.

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Recensioni, anteprime, news, trailer e quant’altro, lo potete trovare in questo nuovo progetto realizzato interamente dalla redazione di Abisso dei Pensieri e coadiuvato da varie collaborazioni.

Ciò cosa comporta? Tutte le recensioni presenti in questo blog verranno eliminate e riappariranno su Cose Serie

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Se siete appassionati di Serie tv, Veniteci a trovare e lasciate i vostri commenti e le vostre opinioni.

Pushing Daisies

Gironzolando per i siti che trattano di serie tv, sono inciampato, per così dire, in questo titolo: Pushing Daisies. Lessi la trama e non è che mi abbia fatto drizzare i capelli dall’entusiasmo, nonostante ciò decisi di dedicargli tempo, anche grazie al fatto che alcune delle serie che stavo seguendo erano ferme, mentre altre dovevano ancora cominciare. Ebbene, questa scelta non tardò dall’essere ripagata, lasciandomi piacevolmente colpito! Pushing Daisies è, senza dubbio, una serie che merita attenzione.

Portatrice di disincanto e di leggerezza, sembra quasi di rivedere lo stile narrativo che vidi parecchio tempo prima nel film Big Fish di Tim Burton, con i colori tipici di una fiaba e la caratterizzazione dei personaggi curata nei dettagli e poco impegnativa nel contempo.

Nella parte del “fabbrica torte” Ned troviamo Lee Pace (La Contessa bianca, The Good Shepherd – L’ombra del potere, Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato, Lincoln), una giovane promessa del panorama cinematografico statunitense, il quale ha dato prova in più occasioni della sua versatilità interpretativa come nei recenti Lincoln e Lo Hobbit. Tuttavia, quest’attitudine, nel caso in questione, non spicca in modo particolare.

Lee Pace – Ned

Si tratta in definitiva di un telefilm investigativo, con una curiosa struttura Low Fantasy che fa da impalcatura al tutto. La voce fuori campo commenta le azioni dei personaggi e spiega “i fatti” al di fuori della linea recitativa, dando allo spettatore la piacevole sensazione di essere accompagnato nello svolgimento degli eventi, senza doversi accapigliare con chissà quali intenzioni occulte di registi e sceneggiatori.

Nel cast si fa notare una graziosissima Kristin Chenoweth (La pantera rosa, Ancora tu!, West Wing – Tutti gli uomini del Presidente, Ugly Betty – 1×23) che interpreta la parte di Olive Snook, cameriera e assistente di Ned al Pie Hole il locale dove il fabbrica torte compie i suoi prodigi, producendo per l’appunto torte, riportando in vita la frutta marcia.

La Chenoweth, oltre ad essere una discreta attrice, è anche una valente cantante, infatti, di tanto in tanto, la serie tira fuori dei brevissimi momenti musical alla Tutti insieme appassionatamente.

Kristin Chenoweth – Olive Snook

A parte tutto, il ruolo che a mio dire da un tocco di interesse in più alla serie, oltre alle singolari capacità del protagonista, ovvero, quella di riportare le cose morte in vita, è il personaggio di Emerson Cod, qui impersonato da Chi McBride (Fuori in 60 secondi, Io, robot , Boston Public, Dr House), l’investigatore privato innamorato dei soldi, che scopre accidentalmente il potere di Ned e lo sfrutta per incassare il denaro ricavato dalla risoluzione dei casi di omicido.

Chi McBride – Emerson Cod

Quello che invece viene considerato uno dei personaggi centrali che invece a mio dire è inutile come una mosca sullo specchietto retrovisore, è Chuck. Io non so come abbia recitato Anna Friel in altre produzioni (Sogno di una notte di mezza estate, Timeline – Ai confini del tempo, London Boulevard, Limtless) e sicuramente sarà stata bravissima, ma qui, per quanto mi riguarda, riesce solo ad irritare, non solo l’umore ma ben altro. Ned la riporta in vita, dopo che qualcuno l’ha uccisa durante una crociera, rendendola famosa come “la turista solitaria”, decidendo quindi di farcela restare, poiché è la sua “fidanzatina d’infanzia” e l’unica ad avergli dato un bacio. Il personaggio in questione è spudoratamente perbenista oltre ogni limite consentito dalle forze cosmiche e tanto caramelloso da scatenare una crisi diabetica irreversibile.

Anna Friel – Chuck

Nonostante tutto, la serie è davvero carina e merita attenzione. È piacevole e si presta bene proprio perché non è impegnativa. L’unica pecca sta proprio nel fatto che è stata brutalmente recisa al termine della seconda stagione, proprio quando la storia stava prendendo velocità. Ancora una volta, signori americani, confermo la mia asserzione nei vostri confronti, dicendo che non capite un’emerita mazza vestita a festa, delle vostre stesse serie tv. Complimenti, davvero.

Supernatural

Guardare Supernatural, significa mettersi in viaggio con i fratelli Winchester! Personalmente, ho come la sensazione di sedere sul sedile posteriore della Chevy Impala nera del ’67, con la migliore musica del mondo nello stereo a fare da colonna sonora.

Non è sbagliato pensare che questo telefilm abbia significato, per la maggior parte degli amanti del genere, una vera e propria boccata d’aria fresca, quando fece la sua comparsa nel 2005 (13 febbraio 2007 in italia. In ritardo come al solito). La prima stagione si è presentata letteralmente come una raffica di “proiettili” televisivi: ogni puntata era meglio dell’altra e trattandosi di una stagione composta da 22 episodi (con il rischio, quindi, di stiracchiarsi troppo), era come ingozzarsi di gelato e porcherie varie, senza sensi di colpa. Mi sono detto (e vi prego di accettare il seguente slancio di truce entusiasmo) “finalmente una serie sul soprannaturale fatta con i contro cazzi!

Mi convinsi immediatamente a guardarla quando, nella prima puntata, le mie orecchie si drizzarono al solo udir le note di Back in Black degli AC/DC. Ma, tralasciando le chicche musicali, che, vi assicuro, non mancano, la serie è letteralmente una storia On The Road e in giro per gli Stati Uniti i fratelli Winchester, nella fattispecie Jared Padalecki  (La maschera di cera, Nickname: Enigmista, E.R. Medici in prima linea – 7×10, Una mamma per amica) e Jensen Ackles (Ten Inch Hero, San Valentino di sangue 3D, Smallville, Dark Angel), rispettivamente Sam e Dean Winchester, sono alla ricerca del padre scomparso, il quale ha lasciato loro un diario dove ci sono riportate tutte le note e le esperienze da “cacciatore” accumulate negli anni passati.

Jared Padalecki – Sam Winchester

Le prime due stagioni sono improntate su questo soggetto, ossia la ricerca del genitore con i vari intoppi lungo il cammino, poi le sceneggiature cambiano per via di una naturale evoluzione narrativa. A mio avviso, da telespettatore, ha una precisa sensazione guardando le prime due stagione, ovvero che siano state concepite sia come conclusione, nel caso gli ascolti non fossero stati sufficienti per un ulteriore rinnovo, sia per un seguito e quindi un nuovo inizio nel caso contrario. Beh, la cosa ha funzionato perché le storie che si propongono dalla terza stagione in poi vanno in crescendo, lasciando un sapore agrodolce in bocca e assaporando un’aria investigativa alla X-Files e una genesi Action alla Die Hard, come se i due fratelli fossero figli non riconosciuti del grande John McClane (più Dean che Sam).

Jensen Ackles – Dean Winchester

Alla luce di ciò la coppia PadaleckiAckles funziona piuttosto bene, anche se con alti e bassi; di tanto in tanto ci viene proposto qualche stucchevole cliché ma tutto sommato si chiude un occhio, tenendo presente che nel complesso il progetto funziona.  La regia di Robert Singer, il quale non si è risparmiato dal dare il suo nome ad un personaggio della serie, da un apporto costruttivo ma non sempre. Il quadro generale fila abbastanza bene fino alla quinta stagione, dove a parer mio il telefilm avrebbe fatto bene a chiudere per evitare successive esagerazioni e possibili trovate banali e dispersive (cose che si sono verificate in seguito ma fortunatamente non hanno pregiudicato il rischio del declino).

Jeffrey Dean Morgan – John Winchester

Andando avanti, troviamo puntate ispirate a varie storie e leggende qua e la in giro per le tradizioni orali, e anche qualche pubblicazione letteraria. Ricordiamo la riunione amministrativa, in vista di un’imminente apocalisse, delle divinità pagane in un motel, indubbiamente ispirata all’ American Gods di Neil Gaiman. Puntata che, nonostante gli avvezzi alle letture di genere come il sottoscritto, hanno riconosciuto e apprezzato (anche perché, prima che la suddetta puntata andasse in onda, leggendo il libro immaginavo come si sarebbero comportati Sam e Dean in determinate situazioni).

Arrivati alla sesta stagione, si comincia a presentarsi una preoccupante battuta d’arresto che fa singhiozzare il panorama generale della serie. Si ha l’impressione che gli sceneggiatori siano affetti dal blocco dello scrittore e che tentino di arrampicarsi su di una china sdrucciolevole dalla quale è molto facile scivolare e farsi seriamente male. Allo stato attuale siamo giunti all’ottava stagione negli USA, stagione che vedremo in Italia chissà quando, dato che la nostra Raidue ne ha acquistato i diritti, e di fatto detiene privilegi egemonici sulla messa in onda nel nostro paese … purtroppo.

Jim Beaver – Bobby Singer

Come avrete di certo capito, Supernatural ha sia lati positivi che lati negativi. Fatto sta che, la figura dei due fratelli in viaggio per gli stati uniti a caccia di creature soprannaturali, ha conquistato tutti, inducendo milioni di fan a chiedersi cosa succederà nella puntata successiva. Il loro successo è rafforzato anche da una serie animata in Japan Animation, composta da 22 episodi (che ancora non ho visto ma provvederò quanto prima a visionare), quindi stiamo a vedere cosa può ancora accadere.

In conclusione? Supernatural è da vedere perché ha spessore narrativo, è divertente, inquietante e affascinante. I personaggi sfoggiano una caratterizzazione leggera e poco sofisticata che, nonostante tutto si fonde con tutto il resto in un amalgama sinergico e funzionale. In poche parole, guardatela perché è una figata esattamente come la sue colonna sonore.

Misha Collins – Castiel

Perché funziona Supernatural? Funziona perché le storie sono interessanti, i personaggi sono caratterizzati sufficientemente bene e tendono a suscitare emozioni di antipatia e simpatia nello spettatore, il quale. Il ritmo non è frenetico ma tende ad alternarsi a trame più meno veloci a quelle con sfondo investigativo, ammiccando al nostro nazional Dylan Dog. Sia chiaro! Non è un confronto, sto dicendo che di tanto in tanto lo ricorda VAGAMENTE, niente di serio. E poi, signori miei, la cosa che colpisce di più, anche se non ci si rende conto subito per chi non ha conoscenze musicali particolarmente approfondite, sono le colonne sonore. Il rock classico la fa da padrone come finalmente non si vedeva da tanto tempo e rende l’atmosfera coinvolgente come poche serie tv sono in grado di fare. Perciò non indugiate e salite a bordo della Chevy Impala nera del ’67, vi assicuro che sarà un viaggio difficile da dimenticare.

Teen Wolf

Evidentemente a qualcuno della Adelstein Productions prudevano le mani già da tempo, vedendosi circondato da serie tv sui vampiri e sulle streghe, così avrà sicuramente deciso di farne una sui lupi mannari. E cosa bisogna inventarsi per evitare di produrre brutte copie di serie sui vampiri come Buffy, True Blood e The Vampire Diaries, senza dare l’impressione di sostituire semplicemente i personaggi ad una trama già esistente? Dilemma! Questo qualcuno si sarà di certo ricordato che una serie di film sui lupi mannari già esisteva, e che all’epoca fece scuola per poi divenire un Cult. Si, signori, sto parlando di Voglia di Vincere con Micheal J. Fox, il cui titolo originale era proprio Teen Wolf.

Voglia di Vincere (Teen Wolf – 1985)

Non fraintendetemi, il telefilm di cui vado a trattare adesso non è male, anzi, trovo che sia una trasposizione bene ispirata alla serie di film degli anni ottanta e senza il bisogno di fare il verso alla proverbiale “voglia di vincere” che caratterizzava le pellicole poc’anzi citate.

Le vicende che si vanno a narrare non sono particolarmente articolate, ma si distendono abbastanza bene lungo la linea narrativa, sia della prima che della seconda stagione. Qualche punto morto lo si trova qua e la, ma niente che pregiudichi il giudizio del telespettatore, il quale a mio avviso, ha la possibilità di capire se la serie è di suo gradimento o meno, già dalle prime 3 puntate.

Il protagonista del telefilm è Scott McCall, qui interpretato da Tyler Posey (Danni Collaterali, Legendary, Smallville, Lincoln Heights – Ritorno a casa), che non offre un’interpretazione particolarmente di alto livello ma tiene comunque il passo con il ritmo della storia senza annoiare troppo.

Tyler Posey – Scott McCall

Ad affiancare quello che dovrebbe essere la parte tormentata e combattuta del protagonista, c’è il migliore amico, tale Stiles, al secolo Stilinski, figlio dello sceriffo, impersonato da Dylan O’Brien (High Road, The First Time, Gli stagisti), il quale offre la parte spassosa e simpatica del chiacchierone, che sdrammatizza per esorcizzare la sua inutilità che sente calare su stesso, quando si trova di fianco al suo amico che oramai è diventato forte e potente grazie alla maledizione del lupo.

Dylan O’Brien – Stiles

Inutile dire che il belloccio di turno non poteva mancare e, nuovo giro, nuove emozioni, la parte, questa volta, è toccata a Tyler Hoechlin (Era mio padre, Libera Uscita, Settimo cielo, Lincoln Heights – Ritorno a casa). Qui lo troviamo ad interpretare la parte di Derek Hale un personaggio che si destreggia tra i ruoli di mentore e nemico dei protagonisti.

Tyler Hoechlin – Derek Hale

In definitiva, il telefilm in questione si dirama in diverse tipologie che vanno dal teen drama fino al thriller soprannaturale, componente che trova la sua apoteosi nella seconda stagione, dove i personaggi cominciano ad trovare un loro senso narrativo (che pareva essere caduto nell’oblio alla fine della prima stagione) e la storia comincia a prendere una piega più articolata rispetto a quella presentata nella prima stagione. Rimane il fatto che, la serie è un’ispirazione quindi non troveremo un soggetto propriamente dedito allo stupore di chi guarda, ma piuttosto alla creazione di attimi di tensione tipici del genere Horror soprannaturale. Chiariamoci, non è che ci siano riusciti al mille per mille, ma ci sono andati gradevolemente vicini.

Concludendo, consiglio di vedere questa serie, perché anche in questo caso può allietare chi non ha intenzione di affaticarsi troppo e si presta bene anche alle giovani menti che non superano l’età della patenente, perciò auguro a tutti un buona visione a prescindere dalle notti di plenilunio o meno.

Perception

Quando iniziai a vedere questa serie, non ne fui particolarmente colpito, anche perché vidi molti elementi simili al film “A beautiful MInd” (nella fattispecie mi riferisco alle allucinazioni) e a svariate serie tv Psico-investigative come Monk, The Mentalist e Lie to me. Fatto sta che mi costrinsi ad oltrepassare la mia consueta soglia di valutazione, che pongo non oltre le prime 3 puntate.

 

 

Perception è un serial leggero e curioso, strutturato abbastanza bene, senza fronzoli intellettualoidi e con elementi di comune interesse, come ad esempio le lezioni di neurobiologia e psicologia oppure le nozioni che di tanto in tanto spuntano fuori qua e la. Il dottor Pierce, che a quanto pare doveva chiamarsi Geoffrey invece di Daniel, è interpretato da Eric McCormack (Highlander – The Series, Un Detective in corsia, Will & Grace) ci fa vedere che sa fare ben altro, dimostrando di essere un buon caratterista, pronto a sdoganare il suo volto e le sue capacità al di fuori del ruolo che l’ha reso celebre in tutto il mondo.

Eric McCormack

Poi, in giro per la serie troviamo vecchie conoscenze come LeVar Burton (Star Trek Next Generation, Alì) che dal comandante Geordi La Forge, di svariate serie Star Trek, lo vediamo cimentarsi nel ruolo di rettore dell’università. Per altri volti e conoscenze, vi lascio il piacere della scoperta. In tutto questo vi è comunque una nota che stona, ed in questo caso ha sia un nome che un cognome. Mi sto riferendo a Rachael Leigh Cook (La Vendetta di Carter, Psych, Ghost Whisperer). Sentendo questo nome la domanda nasce più che spontanea: CHI?! Ecco, appunto. Costei interpreta il ruolo di Kate Moretti, agente dell’ FBI ed ex studentessa di Pierce, segretamente invaghita del docente. E’ lei che puntualmente lo coinvolge nelle indagini, chiedendogli aiuto per via delle sue competenze scientifiche.

Ci troviamo davanti ad un’interpretazione scarna, ed una presenza scenica che danza sul confine sottile che si trova tra l’inutilità e l’irritante. Penso che a rendere questo personaggio così arido, sia l’inespressività dell’attrice stessa, la quale, a guardarla, vediamo due occhioni sgranati, che ad ogni primo piano sembrano fissare il vuoto siderale, come se in quel punto non ci fosse segnale. Spero di essere in errore e che faccia parte dell’interpretazione stessa … spero.

Tornando invece alla struttura della serie tv, troviamo quello che in effetti è l’elemento occulto che tiene lo spettatore avvinto: le allucinazioni del Dottor Pierce. Si, perché non sono semplici allucinazioni, bensì si tratta del suo inconscio che si manifesta mediante la “schizofrenia paranoide” della quale il personaggio è affetto. Questo elemento si rivela utile al personaggio e alla serie stessa, perché è un espediente narrativo geniale. L’allucinazione suggerisce al Dottor Pierce ciò al quale non sta facendo caso in quel momento, ragionando proprio insieme a lui e manifestandosi opportunamente con diverse personalità a seconda del caso al quale sta indagando. E’ divertente inoltre, vedere il dottor Pierce parlare da solo, guardandolo dal punto di vista del suo assistente Lewicki, interpretato da un discreto Arjay Smith.

Presenza, o meglio, allucinazione fissa, è la visione di Natalie Vincent impersonata da una più che affascinante Kelly Rowan (CSI: Scena del crimine – 2×08, The OC, CSI Miami – 7×17), sua confidente che appare ogni qualvolta il dottor Pierce ha bisogno di ragionare o sfogarsi.

Kelly Rowan

Insomma, il tutto è mescolato abbastanza bene e non appesantisce lo spettatore lasciando che la visione scorra senza ansie o nevrosi di vario genere che oggi giorno a quanto pare vanno di moda. Il montaggio non è isterico anzi, è leggero e ben costruito. È vero anche che siamo ancora alla prima stagione e nonostante non sia stata particolarmente avvincente, si spera che, la seconda, preannunci un crescendo. Bisogna inoltre considerare che un tema del genere, se stiracchiato troppo, tende a diventare noioso e banale, quindi ci si auspica non vada oltre le 4 stagioni. Per concludere, vi lasco un sonoro SI! Ne consiglio la visione, perché l’interpretazione di McCormack è spassosa e anche supportata dal magistrale doppiaggio di Francesco Prando che lo doppiò anche in Will & Grace. In definitiva, si tratta di una serie tv alla quale prestare attenzione ;-).

Person of Interest

E rieccomi ancora una volta. Lo so che è passato parecchio dall’ultima recensione e ammetto che questa mancanza è dovuta sia al poco tempo a disposizione che alla prigrizia (più la seconda XD). Comunque sia non tergiversiamo e andiamo subito a rivelare la serie tv di cui parlaremo oggi!
Person of Interest.

La serie è del 2011 ma è arrivata in italia solo nel 2012 (in ritardo come al solito -__-‘). I protagonisti sono John Reese, alias Jim Caviezel (Montecristo, La passione di Cristo, Frequency, Un sogno per Domani) e Michael Emerson (Saw l’enigmista, Lost) nel ruolo dell’occulto e paranoico multi miliardario Harold Finch. Prima di easprimere qual sivolgia giudizio, diamo uno sguardo più che veloce alla trama:

John Reese è un ex agente della CIA. In seguito ad un misterioso incidente nel quale lo si crede morto, sta vivendo come un clochard a New York. Reese viene allora avvicinato da Harold Finch, un miliardario, solitario ed eccentrico, nonché esperto ingegnere informatico, che vive sotto falsa identità. Finch gli spiega che, dopo gli attentati dell’11 settembre, ha costruito una “Macchina” per il Governo, la quale utilizza una mole enorme di informazioni, raccolte con un sistema di sorveglianza onnipresente e costantemente in funzione (telecamere, microfoni, web, controllo delle telefonate). La Macchina venne ideata per predire futuri attacchi terroristici, tuttavia Finch scoprì che essa, filtrando tutte le informazioni che ogni giorno raccoglieva, poteva predire i “reati comuni” (furti, rapine, omicidi). Dal momento che al Governo non interessavano questi risultati, definiti “irrilevanti”, la Macchina venne programmata per cancellare la lista di crimini che non fossero di interesse nazionale. Finch decise però di procurarsi un “accesso” alla lista degli “irrilevanti” e quindi di agire segretamente per prevenire quei reati, assumendo qualcuno con le capacità necessarie per intervenire, ossia, John Reese.
A quest’ultimo viene affidato il ruolo, viste le sue competenze spionistiche e militari, frutto del suo lavoro alla CIA, di sorvegliare le persone indicate dalla Macchina e intervenire in caso di bisogno. Attraverso uno speciale meccanismo che Finch aveva inserito nel sistema, i due ricevono il numero di previdenza sociale di chi sarà coinvolto in un crimine imminente.

Quello che avete letto non è farina del mio sacco, bensì di Wikipedia (con qualche piccola correzione, s’intende). Detto in termini molto semplicistici, la serie è una sorta di masch-up, ben coeso oserei dire, tra Batman, Burn Notice e Nemico Pubblico (eccellente film di Tony Scott del 1998 con Will Smith e Gene Hackman). In sostanza si tratta di una mistura orwelliana costruita in modo magistrale. Vi dico solo che ho finito di vedere la serie in meno di una settimana: arrivavo a “macinare” qualcosa come quattro/cinque puntate al giorno, per quanto ero preso.
Inizialmente si ha l’impressione che le puntate siano sistematicamente tutte uguali, ovvero: ricevono il numero di previdenza sociale, pedinamento o sorveglianza, indagine e in fine si sventa il crimine. Man mano che si va avanti però, si presente quasi in sordina, non una ma ben due o tre sottotrame che fanno da guida unica a tutta la prima stagione per poi sfociare nella seconda.  Si viaggia nel background dei personaggi principali sui quali ci sono parecchie domande alle quali rispondere e ad alcune viene dato compimento mentre per altre si temporeggia (senza esagerare, com’è giusto che sia).
Ora, dato che stiamo parlando di una produzione del caro J.J. Abrams sovviene il timore che si vada a finire come in Lost, dove i Flashback occupavano gran parte della puntata e incasinavano la linea narrativa costringendo lo spettatore a rivolgersi ad un buon terapista. Fortunatamente non è così perché la produzione di Abrams viene subito sorretta da eventuali capitomboli narrativi da altre “persone”. Ci si rende conto di ciò, quando si vedono i colori grigio-chiari della serie, che marcano la firma della produzione e della regia, affidata ad un certo Jonathan Nolan, fratello dell’ormai più conosciuto Christopher. Insomma, a tirare le fila della suddetta serie, ci sta bella gente, e si vede, ve lo posso assicurare.

Quindi, senza girarci troppo attorno, la serie merita davvero per quanto mi riguarda. È scorrevole, non affatica lo spettatore ed ha la sua buona dose di poliziesco, intrigo spionistico, azione alla Jason Bourne (ma non troppo) e concetti su cui riflettere come quelli che si incontrano guardando determinati film come il precitato Nemico Pubblico. In conclusione, questo telefilm è da vedere assolutamente!

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