Tag Archive: Andrea Grollino


Generalmente abbiamo la netta sensazione che il mondo giri senza fermarsi un attimo. Forse è vero, forse no. Cosa succederebbe se dovesse fermarsi anche solo per un secondo? La nostra vita cambierebbe e rimarrebbe inutile proprio come lo è giorno per giorno? C’è chi questa inutilità la vive serenamente chi invece ha la sfortuna di riconoscerla in se e negli altri, consapevole quindi di non essere indispensabile.

Siamo aria nel vento e polvere sulla terra, che non ha scopo né destinazione, se non quella dettata dalle correnti del fato. Ci sentiamo padroni di tutto ma siamo solo i sommi sovrani del niente costruito sul nulla.

Spesso sentiamo dire che la sincerità è una bella qualità. Che essere sinceri è molto importante! Personalmente penso che non sia del tutto vero: molti confondono la sincerità con il buon senso, dicendo a se stessi e agl’altri, “io dico sempre quello che penso”, convinti che comportarsi in un dato modo sia giusto a prescindere e li renda così più autentici, magari sollevati da qual si voglia critica, nel caso in cui si esprima un giudizio o una propria opinione. Sia chiaro! La sincerità in vero, è si una qualità positiva ma è anche vero che va esercitata nella giusta misura.

Non bisogna esprimere opinioni pur sapendo che le persone alle quali vengono rivolte possano rimanerne offese. Le critiche sincere sono giustificate solo quando chi la riceve può trarne un qualche giovamento, anche se non si coglie subito la buona intenzione di chi la esprime. Inoltre è da tener conto che la persona veramente intelligente e matura, è comunque soggetta alle emozioni umane e come tale non è detto che elabori istantaneamente la critica rivoltagli, tuttavia il messaggio di vera stima all’interno della critica, giungerà solo quando le emozioni forti si saranno diradate e la ragione prenderà ancora una volta le redini della persona interessata.

Mentre, la critica fine a se stessa, è quella che si esprime solo per il gusto di farlo, con lo spirito di chi sente l’esigenza istintiva di fare da “bastian contrario”, al sol fine di risultare agli occhi dei presenti, arguto e genuinamente anticonformista. Inutile dire che, comportandosi così, si ottiene solo l’effetto contrario, poiché chi è avvezzo a questo inutile atteggiamento, non fa che risultare banale e suscitare fastidio in chi frequenta. Solitamente chi si comporta così tende ad iniziare quasi tutte le frasi con un “NO”, continuando con “IO”, seguito magari da un “IO PENSO INVECE CHE …”.

Alla fin fine, siamo “sinceri”, si tratta solo di essere veramente saggi, cercando di non farlo solo per apparire, bensì esprimere giudizi e opinioni non per se stessi ma per chi ha bisogno di sentire una vera critica, ossia un’opinione “appassionata”, espressa solo per capire e far capire. In definitiva, basta solo non dimenticare che per ogni parola c’è un tempo propizio per essere pronunziata o per essere taciuta.

Ho scritto una vecchia poesia

Scrivo una vecchia poesia,
già vecchia e di parole intrisa.

La penna parla per me
E il fiato si spezza in gola
nel tentativo di comprendere il “cosa” e il “Chi”.

Cerco la musica che muove l’universo
quelle note profane
depositarie di purezza, verità e insania.

Scrivo una poesia che è già vecchia
mentre le parole nascono pian piano
e senza che ci sia il bisogno di guardare il foglio bianco.

Un foglio che era libero da vane banalità.
Una cenciosa costrizione la sua
imbrigliato in un giogo di inutile filosofia.

Ho scritto una vecchia poesia.
La rileggerò pensando a chi ero prima di scriverla.

 

Un appartamento a TriBeCa e una finestra dalla quale guardare il quartiere da una strada all’altra. Lo sguardo rimaneva fisso sulla strada mentre in mano teneva una coppa di scotch pregiato da settantacinque dollari la bottiglia. Osservare la città alle tre del mattino, si ha la sensazione di sbirciare dal buco di una serratura per spiare una bella donna. New York dava proprio questa impressione. Era una bella donna ma la verità era un’altra: oramai si era tramutata in una baldracca che mendica un penny in più per un’altra ora di attenzioni. È stato Dominc a ridurla così e quelli come lui e prima di lui. Tutti loro hanno reso possibile questo degenerante mutamento verso il declino.

Rimane in piedi davanti a quella finestra a porsi una domanda che mai avrebbe creduto di doversi porre fino a qualche anno prima: “a cosa serve tutto questo?”. Ed un’altra segue subito dopo con un mezzo sorriso sulle labbra: “chissà se sono il primo a chiederselo?”

Quando aveva diciassette anni, sembrava tutto a portata di mano, ed avere il cognome di “Morello” significava avere una chiave universale per tutta la città. Cristo santo, per un periodo aveva l’impressione di essere lui il sindaco di New York. Il sogno finì non appena lui e “i ragazzi” (null’altro che una pidocchiosa e piccola banda di quartiere) finirono per incendiare un magazzino pieno di vestiti: merce di contrabbando che il padre fece importare direttamente dall’Italia. Quella stessa notte, Dominic se ne beccò tante da non uscire di casa per una settimana. Era quello che aveva imparato da suo padre Richard. Lui diceva che “ogni errore si raddrizza solo con una sana passata di legnate. Solo così s’imparano le lezioni giuste per vivere in questo mondo”.

Le lezioni le imparava eccome. In quei momenti, Dom, giurava vendetta con lo stesso fervore che può avere un ragazzino di quell’età, ma subito dopo, l’ammirazione per la forza ed il rispetto che riceveva il padre da tutto il quartiere, travalicavano ogni tipo di sentimento di ribellione, per poi divenire una vera e propria forma di emulazione.

Ora Dominic è cresciuto, ed ha preso il posto del padre. Alcuni dicono che sia un autentico bastardo, chi invece dice che è una bestia affamata di denaro, altri lo definiscono addirittura un ’fottuto genio’. Si guardava allo specchio ogni mattina e mentre si aggiustava il nodo alla cravatta, nel riflesso vedeva un re. E proprio come l’Enrico V di Shakespeare, si trovava sulla breccia.

Qualche giorno prima, Robert, il figlio di Dominic, tornò a casa da scuola con una sospensione per aver pestato a sangue un ragazzo della sua stessa classe. Francis Coleman si chiamava: a quanto pare aveva osato infangare il nome del padre dicendo che era ’uno sporco mafioso’. Robert gli si fiondò addosso incrinandogli due costole. Dominic lesse la comunicazione e ne rimase orgoglioso fino a quando non si voltò verso Rosy, sua moglie e la sorprese a piangere. Fu lì che tutto cambiò. Fu lì che si rese conto che la storia si stava ripetendo.

Quel meccanismo perfetto che dominava la sua vita sembrava essersi improvvisamente inceppato. Tutto il potere ed i soldi ottenuti fino a quel momento a che cosa sono serviti? La maggior parte del denaro è andato in tasca agli avvocati, più spietati della mafia russa e più astuti dei cartelli della droga colombiani. Ha dovuto affrontare ben sedici processi, una condanna di cinque anni per aggressione a pubblico ufficiale e una denuncia di tentato omicidio archiviata due settimane prima per insufficienza di prove. Questo è il suo mondo. Pensava che, di lì a pochi anni, sarebbe morto sotto i colpi di chissà quale tizio mandato da chissà quale rivale d’affari. “È solo questione d’affari” dicono. Si dice ancora “… nulla di personale amico! Gli affari sono affari”. Tutto questo mondo che a diciassette anni sognava così tanto, tutta questa realtà di ricchezza ed opulenza guadagnata con il sangue, non era diversa da quella di coloro che l’hanno ottenuta scatenando guerre e promuovendo genocidi. Le sue mani sono sporche di sangue tanto quanto le loro e l’unico retaggio che gli restava era un futuro breve e uno altrettanto corto per suo figlio. “È davvero questo che voglio?”, si chiedeva, “oramai il mio futuro è corrotto ed il mio nome sarà ricordato solo negl’atti processuali”.

La paura gli balzò addosso e sopraggiunse come un predatore in agguato. I suoi pensieri si catapultarono verso il futuro facendogli perdere quasi l’equilibrio. Si trascinò per la stanza fino a quando non giunse dinanzi allo specchio. Levando gli occhi oramai languidi dalle lacrime, fissava la sua immagine, ed ebbe la vaga impressione di vedere non più se stesso, ma quella del figlio tra vent’anni. Era lì, davanti a lui, vestito con un completo grigio proprio come il suo, una nove millimetri i mano, e sorrideva proprio come Dominic alla sua età. Avrebbe condotto quella vita al posto suo. Lui aveva venduto la sua anima per avere tutto: soldi, macchine, case, donne … tutto! Ma ora non era disposto a vendere quella di Robert. In nome di cosa poi? Del rispetto? Il rispetto di chi? Per cosa?

L’orologio digitale sul tavolino segnava le 04:30 e sedendosi dinanzi ad esso, prese un foglio di carta ed una penna e cominciò a scrivere. Scrisse una lettera e la indirizzò a Robert, sperando che almeno un giorno avrebbe compreso il significato di quella notte, e che le sue scelte si fossero indirizzate verso una strada quanto meno differente dalla sua, una strada giusta, una strada libera dal dubbio e dal tradimento.

Dopo mezz’ora circa, si alzò dalla sedia e aprì il cassetto del comodino che stava di fianco al suo lato del letto. Allungò la mano verso la calibro trentotto che stava sul fondo, tolse la sicura e tutti i proiettili, meno uno.

Si piazzò davanti allo specchio e poco prima di premere il grilletto, guardò se stesso negl’occhi e pensò all’ultima riga della lettera indirizzata al figlio, dove vi era scritto: “… perché nessun prezzo vale la tua anima, non dimenticarlo mai. Ti voglio bene ragazzo.”

AK-47

Laura guarda suo figlio Luca giocare ai piedi del mobile che tiene la tv, mentre con una mano dondola il più piccolo Giacomo nella culla, proprio lì affianco. I cartoni animati erano finiti da qualche minuto e ancora oggi si domanda perché non si alzò subito a cambiare canale, mentre il tg mandava le immagini della rivolta libica. Suo figlio era ancora sul pavimento a pancia in giù: giocava e non prestava minimamente attenzione alle immagini sul televisore.

Laura rimane stregata dalla televisione e si chiede, quasi inconsapevolmente, se la guerra sia giusta o sbagliata per quegli uomini e donne che hanno deciso di prendere in mano le loro vite e combattere. C’è chi dice che nessuna guerra sia giusta e chi invece è convinto del contrario. Francamente Laura non sa proprio cosa pensare. Guarda i telegiornali e si rende conto che ogni rotocalco televisivo, di qualsiasi fazione politica esso sia, riporta la notizia più o meno con la stessa enfasi fino a quando non accade qualcosa che scuote il cuore di una madre come poche altre al mondo riescono a fare.

Il piccolo Luca, che fino a poco prima giocava sul pavimento, alza gli occhi verso lo schermo della tv e si chiede ad alta voce, se può avere anche lui lo stesso fucile che tiene in mano quel ragazzino dalla pelle scura, che mostrano in tv.

Come ogni ragazzino che vuole giocare alla guerra, crede che sia appunto un giocattolo (fortunatamente): né lui né Laura sanno che quello che tiene in mano il piccolo Jusef, 13 anni, è un autentico AK-47, comunemente detto Kalašnikov, che ha una cadenza di tiro pari a 600 colpi al minuto e che viene utilizzato proprio per la sua caratteristica propensione a non incepparsi mai. Un’arma che non ha colpe e che non giudica se non per mano di chi lo imbraccia, e di chi decide che un bambino di 13 anni abbia la maturità necessaria a dispensare morte. Anche il piccolo Luca è un bambino e proprio come un ragazzino possiede la pura e serena disillusione per prescindere da questo genere di cose.

Mentre chiude la tv, il primo pensiero che balenò nella mente di Laura fu “mio figlio non crescerà mai in questo modo”. Pronunciò quel giuramento nei suoi pensieri, con la stessa solennità che si vede nei tribunali delle serie tv americane.

In una città come Mantova questo genere di rischi ovviamente non esistono, ma come si sa, l’istinto di una madre s’impone sempre sulla ragione, quando si tratta di proteggere i propri figli. L’immagine di Jusef non accennava minimamente a voler lasciare i suoi pensieri e nascosta dietro lo stipite della porta della stanza accanto, guardava Luca e nel contempo si chiedeva quale uomo può mai nascere da un ’essere’ che fin da piccolo ha imbracciato un’arma del genere? Quale uomo può mai evolversi da un bambino la cui infanzia è stata sacrificata per fare i conti con le vili leggi della rivoluzione? Lei non lo sapeva e non intendeva certo scoprirlo, perché l’aspettativa di una tragica risposta la terrorizzava a morte.

Sicuramente vi sono molti motivi per i quali la guerra è sbagliata, anche se si tratta di una lotta per la libertà. Tuttavia, c’è un momento in cui il suo stato di aberrazione raggiunge l’apice più alto, ed è proprio quando viene annientato il bambino, per fare dell’essere umano direttamente un soldato pronto a morire per la causa, anche se si tratta della libertà, è lì, in quel preciso istante che la guerra compie l’eccidio più efferato: annienta il bambino sia nel corpo che nell’anima.

Stefano è emigrato al nord in cerca di lavoro. Si trova bene, perché è stato assunto quasi subito e nonostante tutto a lui piace stare in una città come Torino. È vero che il clima non è sempre sereno come giù in Calabria, non c’è neanche il mare e in fondo gli manca l’odore della salsedine d’inverno e il rumore delle onde in lontananza; tuttavia passeggiare su è giù per via Garibaldi nel tempo libero, è piacevole.

La fabbrica dove lavora gli da uno stipendio di mille euro al mese, che nonostante tutto non basta. Riesce a pagare l’affitto è vero, ma le spese per mantenersi richiedono “sforzi ulteriori”, per questo fa gli straordinari. Oltre tutto, non appena può, aiuta un suo amico siciliano in qualche lavoretto da idraulico.

Quando la notte va a dormire presto, se ne sta lì sul letto a fissare il soffitto del suo bilocale da settecento euro al mese macchiato dall’umidità, e la prima cosa che pensa dopo essersi assicurato che il disinfestatore abbia fatto bene il suo lavoro, è l’alzataccia alle quattro e mezza del mattino, per presentarsi alla fermata dell’autobus in balia dei meno dieci gradi di fine gennaio per arrivare puntuale.

Poi, i ricordi prendono il sopravvento, volando al giorno in cui prese quella decisione, dicendo a tutti che partire era la cosa migliore, che li dove stava, non c’era nulla da che gli assicurasse una futuro (il che purtroppo era vero) e che al nord è tutta un’altra vita. Guardandosi indietro, non è più tanto sicuro d’aver fatto la scelta giusta. Ha un lavoro, certo, ma ne deve fare altri per poter “sopravvivere”. Il costo di qualsiasi cosa è quasi il doppio di come era giù al sud, ed i divertimenti sono solo un vago ricordo di gioventù, mentre ora a trentacinque anni suonati, vive da solo e lo fa per lavorare.

Per non parlare poi delle persone con le quali deve convivere tutti i giorni: alcuni sono convinti che Stefano provenga da una terra dove basta girare per strada per beccarsi una pallottola vagante come nel Texas di metà ‘800 o nella Cecenia del ’91, altri invece non si interessano minimamente alle sue origini, forse perché sono intelligenti o più semplicemente si limitano ad ignorare per pigrizia.

Una volta un amico durante una conversazione disse: “Ah, sei calabrese! Brutta zona.” Stefano quasi ingenuamente gli chiese: “Come mai?” e costui rispose: “Beh, li da voi ci si spara per strada, si sa.” e Stefano con garbo replicò “Guarda che ti sbagli.

Ma si, è così.” rispose il tizio con sufficienza. Stefano era irritato da tanta superficialità, ma dopo un po’ si rasserenò perché sapeva con chi stava parlando, ed infatti, poco dopo, gli pose una semplicissima ma disarmante domanda: “Ma tu ci sei mai stato in Calabria?

No” rispose. E Stefano continuò: “Allora, perdonami, ma come sai che ci si spara in mezzo alla strada?“. Il tizio si fermò a pensare, distogliendo a fasi alterne lo sguardo quasi a voler dire ‘tranquillo che ora ti rispondo io’. Inutile dire che non fu così. Poi si fissarono negli occhi e il tizio cambiò espressione assumendo quella di chi ha capito di aver detto una minchiata e continuò: “Beh, me l’ha detto un amico, perché suo cugino è passato da Reggio Calabria per andare a Messina a fare una consegna.

Stefano scoppiò a ridere per almeno un quarto d’ora. Dopo quella discussione, lui e il tizio, tale Marco Bigal, divennero grandissimi amici e quest’ultimo dovette ricredersi quando su invito trascorse quindici giorni in ferie nel paesino dov’è cresciuto Stefano.

Tornando nel suo appartamentino, quel soffitto era lì ad aspettarlo ogni notte, come fosse un confidente fidato che lo aiutava a riflettere su cosa fare e come. Questa volta stava riflettendo sulla notizia appresa quel pomeriggio: Giuliano aveva perso il lavoro di idraulico, ed era costretto a tornare a Marina di Modica in Sicilia. Forse avrebbe ritentato, forse no: ora come ora però, era costretto a tornare indietro e presto anche Stefano si sarebbe trovato nelle medesime condizioni.

Dicono che c’è crisi. Dicono anche di stare tranquilli perché sta per terminare e la ripresa è ormai in corso. Dicono tante cose. Stafano sapeva e sa, che non è così, al contrario. Ciò che gli accade attorno, quello che vede, è diverso da quello che si dice al TG1, al TG2 o nelle trasmissioni di tribuna politica: la verità è che, chi è andato su per lavorare, torna giù, chi è nato al nord e sta lavorando, andrà in cassa integrazione per finire poi all’angolo di una strada, con la mano tesa verso un passante che gli negherà due euro e che probabilmente, il mese successivo, finirà seduto proprio li affianco a lui.

Nel frattempo, Stefano si tiene la nuca con le mani, affondando su quel maledetto cuscino che lo tormenta da qualche settimana causandogli una fastidiosa cervicale; con lo sguardo verso l’alto pensa che la crisi è tutt’altro che finita o in via di remissione: è convinto, anzi sa … che è appena iniziata.

199X GENERAZIONE HOKUTO

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