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Dedicato a mia madre …

… a colei che mi ha indirizzato verso quel mare di esperienze che mi hanno reso ciò che sono oggi e che sarò domani.

Un appartamento a TriBeCa e una finestra dalla quale guardare il quartiere da una strada all’altra. Lo sguardo rimaneva fisso sulla strada mentre in mano teneva una coppa di scotch pregiato da settantacinque dollari la bottiglia. Osservare la città alle tre del mattino, si ha la sensazione di sbirciare dal buco di una serratura per spiare una bella donna. New York dava proprio questa impressione. Era una bella donna ma la verità era un’altra: oramai si era tramutata in una baldracca che mendica un penny in più per un’altra ora di attenzioni. È stato Dominc a ridurla così e quelli come lui e prima di lui. Tutti loro hanno reso possibile questo degenerante mutamento verso il declino.

Rimane in piedi davanti a quella finestra a porsi una domanda che mai avrebbe creduto di doversi porre fino a qualche anno prima: “a cosa serve tutto questo?”. Ed un’altra segue subito dopo con un mezzo sorriso sulle labbra: “chissà se sono il primo a chiederselo?”

Quando aveva diciassette anni, sembrava tutto a portata di mano, ed avere il cognome di “Morello” significava avere una chiave universale per tutta la città. Cristo santo, per un periodo aveva l’impressione di essere lui il sindaco di New York. Il sogno finì non appena lui e “i ragazzi” (null’altro che una pidocchiosa e piccola banda di quartiere) finirono per incendiare un magazzino pieno di vestiti: merce di contrabbando che il padre fece importare direttamente dall’Italia. Quella stessa notte, Dominic se ne beccò tante da non uscire di casa per una settimana. Era quello che aveva imparato da suo padre Richard. Lui diceva che “ogni errore si raddrizza solo con una sana passata di legnate. Solo così s’imparano le lezioni giuste per vivere in questo mondo”.

Le lezioni le imparava eccome. In quei momenti, Dom, giurava vendetta con lo stesso fervore che può avere un ragazzino di quell’età, ma subito dopo, l’ammirazione per la forza ed il rispetto che riceveva il padre da tutto il quartiere, travalicavano ogni tipo di sentimento di ribellione, per poi divenire una vera e propria forma di emulazione.

Ora Dominic è cresciuto, ed ha preso il posto del padre. Alcuni dicono che sia un autentico bastardo, chi invece dice che è una bestia affamata di denaro, altri lo definiscono addirittura un ’fottuto genio’. Si guardava allo specchio ogni mattina e mentre si aggiustava il nodo alla cravatta, nel riflesso vedeva un re. E proprio come l’Enrico V di Shakespeare, si trovava sulla breccia.

Qualche giorno prima, Robert, il figlio di Dominic, tornò a casa da scuola con una sospensione per aver pestato a sangue un ragazzo della sua stessa classe. Francis Coleman si chiamava: a quanto pare aveva osato infangare il nome del padre dicendo che era ’uno sporco mafioso’. Robert gli si fiondò addosso incrinandogli due costole. Dominic lesse la comunicazione e ne rimase orgoglioso fino a quando non si voltò verso Rosy, sua moglie e la sorprese a piangere. Fu lì che tutto cambiò. Fu lì che si rese conto che la storia si stava ripetendo.

Quel meccanismo perfetto che dominava la sua vita sembrava essersi improvvisamente inceppato. Tutto il potere ed i soldi ottenuti fino a quel momento a che cosa sono serviti? La maggior parte del denaro è andato in tasca agli avvocati, più spietati della mafia russa e più astuti dei cartelli della droga colombiani. Ha dovuto affrontare ben sedici processi, una condanna di cinque anni per aggressione a pubblico ufficiale e una denuncia di tentato omicidio archiviata due settimane prima per insufficienza di prove. Questo è il suo mondo. Pensava che, di lì a pochi anni, sarebbe morto sotto i colpi di chissà quale tizio mandato da chissà quale rivale d’affari. “È solo questione d’affari” dicono. Si dice ancora “… nulla di personale amico! Gli affari sono affari”. Tutto questo mondo che a diciassette anni sognava così tanto, tutta questa realtà di ricchezza ed opulenza guadagnata con il sangue, non era diversa da quella di coloro che l’hanno ottenuta scatenando guerre e promuovendo genocidi. Le sue mani sono sporche di sangue tanto quanto le loro e l’unico retaggio che gli restava era un futuro breve e uno altrettanto corto per suo figlio. “È davvero questo che voglio?”, si chiedeva, “oramai il mio futuro è corrotto ed il mio nome sarà ricordato solo negl’atti processuali”.

La paura gli balzò addosso e sopraggiunse come un predatore in agguato. I suoi pensieri si catapultarono verso il futuro facendogli perdere quasi l’equilibrio. Si trascinò per la stanza fino a quando non giunse dinanzi allo specchio. Levando gli occhi oramai languidi dalle lacrime, fissava la sua immagine, ed ebbe la vaga impressione di vedere non più se stesso, ma quella del figlio tra vent’anni. Era lì, davanti a lui, vestito con un completo grigio proprio come il suo, una nove millimetri i mano, e sorrideva proprio come Dominic alla sua età. Avrebbe condotto quella vita al posto suo. Lui aveva venduto la sua anima per avere tutto: soldi, macchine, case, donne … tutto! Ma ora non era disposto a vendere quella di Robert. In nome di cosa poi? Del rispetto? Il rispetto di chi? Per cosa?

L’orologio digitale sul tavolino segnava le 04:30 e sedendosi dinanzi ad esso, prese un foglio di carta ed una penna e cominciò a scrivere. Scrisse una lettera e la indirizzò a Robert, sperando che almeno un giorno avrebbe compreso il significato di quella notte, e che le sue scelte si fossero indirizzate verso una strada quanto meno differente dalla sua, una strada giusta, una strada libera dal dubbio e dal tradimento.

Dopo mezz’ora circa, si alzò dalla sedia e aprì il cassetto del comodino che stava di fianco al suo lato del letto. Allungò la mano verso la calibro trentotto che stava sul fondo, tolse la sicura e tutti i proiettili, meno uno.

Si piazzò davanti allo specchio e poco prima di premere il grilletto, guardò se stesso negl’occhi e pensò all’ultima riga della lettera indirizzata al figlio, dove vi era scritto: “… perché nessun prezzo vale la tua anima, non dimenticarlo mai. Ti voglio bene ragazzo.”

AK-47

Laura guarda suo figlio Luca giocare ai piedi del mobile che tiene la tv, mentre con una mano dondola il più piccolo Giacomo nella culla, proprio lì affianco. I cartoni animati erano finiti da qualche minuto e ancora oggi si domanda perché non si alzò subito a cambiare canale, mentre il tg mandava le immagini della rivolta libica. Suo figlio era ancora sul pavimento a pancia in giù: giocava e non prestava minimamente attenzione alle immagini sul televisore.

Laura rimane stregata dalla televisione e si chiede, quasi inconsapevolmente, se la guerra sia giusta o sbagliata per quegli uomini e donne che hanno deciso di prendere in mano le loro vite e combattere. C’è chi dice che nessuna guerra sia giusta e chi invece è convinto del contrario. Francamente Laura non sa proprio cosa pensare. Guarda i telegiornali e si rende conto che ogni rotocalco televisivo, di qualsiasi fazione politica esso sia, riporta la notizia più o meno con la stessa enfasi fino a quando non accade qualcosa che scuote il cuore di una madre come poche altre al mondo riescono a fare.

Il piccolo Luca, che fino a poco prima giocava sul pavimento, alza gli occhi verso lo schermo della tv e si chiede ad alta voce, se può avere anche lui lo stesso fucile che tiene in mano quel ragazzino dalla pelle scura, che mostrano in tv.

Come ogni ragazzino che vuole giocare alla guerra, crede che sia appunto un giocattolo (fortunatamente): né lui né Laura sanno che quello che tiene in mano il piccolo Jusef, 13 anni, è un autentico AK-47, comunemente detto Kalašnikov, che ha una cadenza di tiro pari a 600 colpi al minuto e che viene utilizzato proprio per la sua caratteristica propensione a non incepparsi mai. Un’arma che non ha colpe e che non giudica se non per mano di chi lo imbraccia, e di chi decide che un bambino di 13 anni abbia la maturità necessaria a dispensare morte. Anche il piccolo Luca è un bambino e proprio come un ragazzino possiede la pura e serena disillusione per prescindere da questo genere di cose.

Mentre chiude la tv, il primo pensiero che balenò nella mente di Laura fu “mio figlio non crescerà mai in questo modo”. Pronunciò quel giuramento nei suoi pensieri, con la stessa solennità che si vede nei tribunali delle serie tv americane.

In una città come Mantova questo genere di rischi ovviamente non esistono, ma come si sa, l’istinto di una madre s’impone sempre sulla ragione, quando si tratta di proteggere i propri figli. L’immagine di Jusef non accennava minimamente a voler lasciare i suoi pensieri e nascosta dietro lo stipite della porta della stanza accanto, guardava Luca e nel contempo si chiedeva quale uomo può mai nascere da un ’essere’ che fin da piccolo ha imbracciato un’arma del genere? Quale uomo può mai evolversi da un bambino la cui infanzia è stata sacrificata per fare i conti con le vili leggi della rivoluzione? Lei non lo sapeva e non intendeva certo scoprirlo, perché l’aspettativa di una tragica risposta la terrorizzava a morte.

Sicuramente vi sono molti motivi per i quali la guerra è sbagliata, anche se si tratta di una lotta per la libertà. Tuttavia, c’è un momento in cui il suo stato di aberrazione raggiunge l’apice più alto, ed è proprio quando viene annientato il bambino, per fare dell’essere umano direttamente un soldato pronto a morire per la causa, anche se si tratta della libertà, è lì, in quel preciso istante che la guerra compie l’eccidio più efferato: annienta il bambino sia nel corpo che nell’anima.

199X GENERAZIONE HOKUTO

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