Ricordo quell’estate come se fosse ieri. Non mi sto riferendo a momenti specifici, bensì alle sensazioni, quelle che rimangono ad oggi incise nella mia memoria, come fosse fuoco sacro su di una pietra ancestrale, parole proiettate verso un eterno e piccolo universo concentrato dentro il cuore di chi c’era.

Era il 2006, l’anno dei mondiali di calcio. L’Italia vinse quel mondiale e per la prima volta, dopo 24 anni, fui testimone di questo evento e vidi l’intera nazione unita in un unico coro, una voce sola che intonava, seppur senza usare le parole, Seven Nation Army di White Stripes. Tutta la nazione era davvero unita e non è per niente una frase fatta perché si trattava di una sensazione chiara e distinta. La potevi respirare, la potevi sentire, ne potevi parlare e la potevi raccontare.

Era l’anno del primo lavoro con una vera busta paga. Un lavoro di merda, indubbiamente, ma era comunque la prima volta che si poteva rispondere al telefono “sono a lavoro, ti richiamo”. Era l’anno delle prime ferie e anche se non retribuite, andava bene lo stesso. Si aveva la sensazione che tutto fosse in equilibrio e protèsi verso una vita da persone adulte.

Poi naturalmente c’era lei, l’Estate, quella dei ricordi indelebili. L’estate con la “E” maiuscola, quella che a quasi tutti capita almeno una volta nella vita. Quell’estate che non si dimentica mai. Per me era ed è, l’estate del 2006.

Vivido è il ricordo di amicizie finite con una lite furibonda ed altrettante riscoperte e consolidate come fossero vecchie alleanze che per errore furono accantonate.
Amori che finivano e una fratellanza si stava rinvigorendo, per divenire duratura ma aimè non eterna. Amici e fratelli che venivano da lontano, da una Torino che per noi sembrava essere sulla luna e che, solo per quell’estate, sembrava invece di averla dietro l’angolo.

Era l’estate del tramonto alle nove di sera, delle insalate di pomodoro per cena e di Happy Days alla tv. Dell’odore di gelsomino appena prima e subito dopo il tramonto e del profumo di legna bruciata al pomeriggio. L’estate degli amici che partivano in treno, degli abbracci e degli “arrivederci” detti in lacrime, per poi rivederseli spuntare all’improvviso e scoprire che sono “saltati giù dal treno” in una fermata pochi chilometri distante, tutto perché, sempre in lacrime, non ebbero il cuore di partire troppo presto. Il cuore prese una decisione da dittatore: prolungarono le ferie di una settimana, mandando a quel paese gli impegni di una quotidianità che impietosa li avrebbe comunque li attesi al varco di un lungo inverno.

Quella fu l’estate di magia, fedeltà e mistero, misticismo e fratellanza. L’estate di amori sussurrati non troppo forte, con la paura di farli svanire dietro il sipario di un delicato equilibrio.

L’estate in cui una settimana in più sembrò durare un mese e si ebbe l’impressione che la legge cosmica della relatività, affascinata e compiaciuta, decise una volta tanto, di mettersi da parte, per farci un dono, sentendo di essere privilegiati dall’esistenza stessa, perché in fondo era così che ci sentivamo solo che l’ebrezza di essere “Noi”, anestetizzava l’anima così tanto da non farci sentire l’inevitabilità del tempo ma solo l’inebriante sorriso del destino che in quei giorni aveva occhi solo per noi.

Era lei, l’estate della radio e delle trasmissioni libere. Di gente che voleva metterci il bavaglio e far tacere la nostra ribellione morale, ma orgogliosi e a testa alta, vedevamo tutti gli “adulti” fallire clamorosamente davanti all’impeto di chi non ha orecchie per regole vetuste e ferruginose.

Eravamo liberi, questa è la verità. Una libertà tanto assordante che all’epoca non riuscivamo nemmeno a sentire quanto fossimo fortunati. Eravamo innamorati della nostra amicizia e non lo sapevamo e ad oggi, per chi ha memoria di quei giorni, è triste vedere qualcuno di quei fratelli che al contrario ha dimenticato.

Era l’estate in cui sapevamo bene chi eravamo e sapevamo bene quale fosse la nostra direzione, cioè nessuna e andava bene così. Una vera e propria direzione non serviva. Bastava sedersi al tavolo di un bar a bere birra, ridere e farci beffe del mondo che non stava a guardare perché geloso di noi. Bastava così poco per capire che era tutto perfetto così com’era.

Dal canto mio, non dimenticherò mai quell’estate. Un’estate di quelle tanto rare che non scriverne neanche una parola, vuol dire fare peccato nei confronti di chi invece non potrà mai goderne veramente e non c’è alcun motivo di provare invidia se non la si è mai vissuta, perché queste righe vogliono essere un dono a te che stai leggendo, chiunque tu sia.

Ti faccio dono di quelle emozioni, quei tramonti vissuti e ammirati nell’estasi del crepuscolo e dall’acqua tiepida del mare ed ogni singola alba, ninfa e testimone di giovani figli di Dioniso che di assopirsi non né avevano intenzione alcuna. Di quei falò fatti di risate, birra, vino e follie ululate alla luna, ho ricordi che custodisco gelosamente perché di privarmene sarebbe come strappare via un pezzo di me.

Quindi, lettore sconosciuto, leggi pure queste righe, vivi e immagina quei momenti. Assaporali come un raro nettare proprio come ho fatto io molto tempo prima. Usale, se vuoi, per poter riconoscere i tuoi momenti e falli tuoi. Trova i tuoi compagni, i tuoi amori… trova la tua Estate.

Per quanto riguarda me, l’Estate del 2006, non la dimenticherò mai e la porterò sempre con me. Non dimenticherò mai chi eravamo e mi piace pensare che un giorno, forse vicino o molto lontano, chissà, torneremo ad essere quelli che, nell’Estate del 2006, erano una cosa sola.